Il nome Green Hill è diventato negli anni un simbolo, non solo di un allevamento di cani destinati alla sperimentazione, ma di un sistema che per troppo tempo ha tollerato la violenza sugli animali come fatto marginale, quasi invisibile. È da questa ferita aperta che prende le mosse il report di Legambiente “Mai più Green Hill”, un’analisi approfondita che ripercorrendo le 44 storie simbolo di crudeltà che hanno segnato il Paese prova a rispondere a una domanda centrale: perché, nonostante le leggi, i reati contro gli animali continuano a essere poco perseguiti e raramente puniti in modo efficace?
Il dossier ricostruisce il quadro normativo e giudiziario italiano, partendo proprio dall’esperienza di Green Hill, per dimostrare come quel caso, pur avendo segnato una svolta culturale, non sia evidentemente bastato a produrre un cambiamento strutturale nel sistema di tutela.
Reati contro gli animali: una giustizia lenta e diseguale
Secondo Legambiente, il principale problema non è l’assenza di norme, ma la loro applicazione: i reati contro gli animali, pur essendo formalmente riconosciuti dal codice penale, continuano a essere trattati come illeciti di serie B. Le indagini sono infatti spesso lente, le archiviazioni frequenti e le condanne definitive rare.
Dal 2011 al 2017 ci sono state soltanto 850 le sentenze all’anno di condanna, a fronte di una media stimata di 5.600 procedimenti all’anno. Questo perché il 70% dei procedimenti erano contro ignoti e, dunque, archiviati. Il 30% ha sì visto l’inizio dell’azione penale. Ma poi oltre il 50% sono stati archiviati con differenti motivazioni: dalla mancanza di condizioni alla non imputabilità, dalla prescrizione ad altri motivi di archiviazione e per richiesta di archiviazione nel merito.
Il report evidenzia come le pene previste risultino in molti casi poco dissuasive, anche perché sospese, convertite o prescritte. Questo genera un cortocircuito evidente: la violenza viene riconosciuta come reato, ma non produce conseguenze proporzionate alla gravità dei fatti.
Il peso delle lacune normative
Un altro nodo centrale messo in luce da “Mai più Green Hill” riguarda le lacune del quadro legislativo. Le norme esistenti, spiega Legambiente, non sempre riconoscono gli animali come esseri senzienti in modo pieno e coerente, lasciando spazio a interpretazioni che finiscono per favorire gli autori dei reati, In particolare, il report sottolinea la difficoltà di perseguire penalmente comportamenti che causano sofferenza sistemica, come quelli legati ad allevamenti intensivi o a pratiche industriali, dove il confine tra legalità e abuso resta spesso sfumato.
Il ruolo delle associazioni e delle denunce dal basso
Se molti casi arrivano in tribunale, è soprattutto grazie al lavoro delle associazioni ambientaliste e animaliste. Legambiente rivendica nel report il ruolo fondamentale della società civile, che supplisce spesso alle carenze dei controlli istituzionali: Senza esposti, denunce e monitoraggi indipendenti, molte situazioni di maltrattamento non emergerebbero mai. Ma questo modello, avverte il dossier, non può essere sostenibile nel lungo periodo poichè la tutela degli animali non può poggiare solo sul volontariato e sull’indignazione pubblica.
Green Hill non è un’eccezione
Uno dei messaggi più forti del report è che Green Hill non rappresenta un’anomalia isolata ma è piuttosto la punta dell’iceberg di un sistema che fatica a riconoscere pienamente la gravità dei reati contro gli animali. Il rischio, secondo Legambiente, è che senza riforme strutturali casi simili possano ripetersi, magari in forme meno visibili ma non meno violente.
Il dossier invita a superare la logica emergenziale, affrontando il problema con strumenti stabili: formazione specifica per magistrati e forze dell’ordine, rafforzamento delle pene, maggiore chiarezza normativa. “Mai più Green Hill” insiste su un punto chiave: la battaglia per i diritti degli animali è anche una battaglia culturale.
Riconoscere agli animali una tutela reale significa ridefinire il rapporto tra esseri umani, ambiente e diritto. Un passaggio che, secondo Legambiente, non può più essere rimandato.
Come denunciare
Il report invita anche i cittadini a fare la propria parte, sottolineando come la tutela degli animali passi prima di tutto dall’attenzione ai contesti quotidiani e alla capacità di riconoscere situazioni di possibile maltrattamento. In presenza di episodi sospetti, Legambiente raccomanda di non intervenire direttamente, ma di raccogliere elementi utili alla segnalazione: fotografie o video, insieme all’indicazione precisa di data, orario e luogo dell’evento. Una documentazione accurata è spesso decisiva per consentire verifiche e interventi efficaci.
Le segnalazioni possono essere inviate al Circolo Legambiente più vicino oppure all’indirizzo email sosanimali@legambiente.it. Soci, volontari e attivisti dell’associazione hanno inoltre a disposizione Gaia Observer, un’app gratuita per Android e iOS che consente di scattare, archiviare e condividere immagini corredate da coordinate geografiche e riferimenti temporali, facilitando così il lavoro di monitoraggio e denuncia sul territorio.
Perché “mai più” non resti solo uno slogan
Il report si chiude con un monito chiaro: Green Hill non deve restare solo un simbolo del passato, ma diventare un punto di non ritorno. “Mai più” deve tradursi in scelte politiche, legislative e giudiziarie concrete, capaci di impedire che la sofferenza animale venga nuovamente nascosta dietro procedure, cavilli e silenzi.
Solo così, conclude Legambiente, la giustizia potrà finalmente colmare la distanza tra le parole e i fatti.












