
Negli ultimi giorni, la Legge di Bilancio 2026 ha acceso un allarme tra i lavoratori italiani: con l’incremento dei requisiti pensionistici previsto a partire dal 2027, secondo le stime della Cgil oltre 55mila lavoratori che hanno aderito a misure di uscita anticipata dal lavoro rischiano di trovarsi senza reddito e senza contribuzione. Il nuovo scenario si inserisce in un contesto già complesso, dove i requisiti pensionistici si spostano progressivamente in avanti in base all’adeguamento automatico alla speranza di vita e alle tabelle contenute nell’ultimo Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, come riportato da Il Sole 24 Ore.
Secondo i dati raccolti dalla Cgil, l’aumento dei requisiti pensionistici comporterà, dal 1° gennaio 2027, un incremento di un mese, seguito da due mesi nel 2028 e da ulteriori adeguamenti dal 2029 al 2031, con incrementi complessivi fino a 5 mesi. Questo cambiamento colpisce particolarmente i lavoratori che hanno lasciato il lavoro tramite isopensione, contratti di espansione o Fondi di solidarietà bilaterali, basando le loro uscite su regole previste fino al 31 dicembre 2025, quando non erano previsti aumenti nei requisiti per il 2027 e 2028. Come riportato da Il Sole 24 Ore, la Cgil ha sottolineato come il nuovo quadro legislativo potrebbe generare vuoti previdenziali, lasciando i lavoratori senza reddito né contribuzione per periodi variabili da uno a quattro mesi. La Cgil evidenzia inoltre che il nuovo quadro legislativo potrebbe generare vuoti previdenziali, lasciando i lavoratori senza reddito né contribuzione per periodi variabili da uno a quattro mesi. “Parliamo di persone che hanno lasciato il lavoro nel pieno rispetto delle regole vigenti, firmando accordi con aziende, sulla base di date certe di accesso alla pensione. L’aumento dei requisiti deciso dal governo cambia quelle regole a posteriori, e scarica interamente sui lavoratori il costo dell’adeguamento alla speranza di vita”, aggiunge Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale.
Nel periodo tra il 2022 e il 2025 circa 5mila lavoratori hanno lasciato il lavoro tramite contratti di espansione, mentre circa 40mila lavoratori hanno usufruito dei Fondi di solidarietà bilaterali. Come riporta l’analisi condotta da Il Sole 24 Ore, secondo le stime della Cgil, una quota significativa di queste persone (rispettivamente 4mila e 28mila) rischia di maturare il diritto alla pensione tra il 2027 e il 2028 con un incremento dei requisiti successivo all’uscita dal lavoro, creando periodi di scopertura previdenziale. “Il rischio concreto è di creare una nuova generazione di esodati: persone costrette a rincorrere requisiti pensionistici che continuano a spostarsi in avanti. Serve un intervento immediato di tutela e un rafforzamento degli strumenti di accompagnamento alla pensione, come chiediamo da anni. Ma il Governo ha scelto di non confrontarsi: l’ultimo incontro sul tema previdenziale risale infatti al 18 settembre 2023″, sottolinea Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil.
Per la Cgil, l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici introdotto dalla legge di Bilancio 2026 e dall’aggiornamento del Rapporto Mef può provocare periodi senza reddito né contribuzione anche per chi ha pianificato l’uscita dal lavoro nel pieno rispetto delle regole vigenti. “Persone coinvolte potrebbero non percepire né reddito né pensione”, segnala l’Osservatorio Previdenza Cgil, evidenziando come le scoperture possano arrivare fino a quattro mesi dal 2029.
Le stime e le dichiarazioni della Cgil, riportate anche da Il Sole 24 Ore, evidenziano come migliaia di lavoratori che avevano fatto affidamento su isopensioni, contratti di espansione e Fondi di solidarietà rischiano di trovarsi in una situazione di grave incertezza economica, sottolineando la necessità di interventi immediati e mirati da parte del governo.
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