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Scontro sull’aborto in Sicilia: il Governo contesta i concorsi riservati a medici non obiettori

La norma regionale mirava a garantire l’aborto legale, ma per l’esecutivo viola la Costituzione

Il Consiglio dei ministri ha impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge n. 23 della Regione Siciliana, approvata il 5 giugno dall’Assemblea regionale con voto a scrutinio segreto. La norma, promossa dal centrosinistra e approvata con 27 voti favorevoli contro 21 contrari, prevedeva la possibilità per le aziende sanitarie di bandire concorsi riservati a medici non obiettori di coscienza, allo scopo di garantire il servizio di interruzione volontaria di gravidanza negli ospedali pubblici. Il governo, su proposta dei ministri Schillaci (Salute) e Roccella (Famiglia), ha ritenuto la legge incostituzionale, perché violerebbe i principi di uguaglianza e libertà individuale, in particolare il diritto all’obiezione di coscienza riconosciuto dalla legge 194 e dalla Costituzione.

Il nodo costituzionale: discriminazione o diritto da garantire?

Secondo l’esecutivo, la legge siciliana escluderebbe indebitamente i medici obiettori dai concorsi pubblici, contravvenendo ai principi costituzionali che tutelano le opinioni morali, religiose ed etiche dei cittadini. A sostegno di questa posizione è stato citato anche il parere del Comitato nazionale per la bioetica del 2012, che definisce l’obiezione di coscienza come un diritto fondamentale. I promotori della legge, però, difendono il provvedimento: per il deputato regionale Dario Safina (PD), primo firmatario della norma, si tratta di una legge «di civiltà», nata per garantire l’accesso effettivo all’interruzione volontaria di gravidanza in una regione dove oltre l’80% dei ginecologi è obiettore. «Non arretreremo di un passo», ha dichiarato Safina.

Il contesto siciliano e il dibattito etico-politico

In Sicilia, la difficoltà di accedere all’aborto legale è particolarmente grave: con l’81,5% di ginecologi obiettori (seconda solo al Molise), molte strutture faticano a garantire il servizio previsto dalla legge 194. La legge regionale tentava di risolvere questa carenza strutturale, obbligando le aziende sanitarie non solo ad assumere personale non obiettore, ma anche a sostituirlo nel caso in cui, una volta assunto, cambiasse posizione.

La norma ha suscitato critiche anche da parte del Movimento per la Vita, che ha denunciato una «discriminazione contro i medici obiettori» e ha proposto invece politiche di prevenzione dell’aborto. Ora la parola passa alla Corte costituzionale, che dovrà valutare il bilanciamento tra diritti individuali e garanzie dei servizi pubblici.

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