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I fatti del ’43 tra Mascalucia e Pedara: quando un branco di cani cacciò i tedeschi

Dopo l’operazione Husky condotta dagli alleati e la successiva caduta del fascismo il 25 luglio, la ritirata dei tedeschi da Catania avvenne in modo graduale ma allo stesso tempo violento. Il 3 agosto del 1943 fu un giorno interminabile per due comuni catanesi: Pedara e Mascalucia, depredati dai superstiti tedeschi. Ecco cosa accadde nello specifico.

Il 1943 fu anno deciso per le sorti della Seconda Guerra Mondiale, in particolar modo per l’isola siciliana. Con l’operazione Husky, a partire dal 9 luglio per tutta l’estate del ’43, i tedeschi furono costretti a scontrarsi contro gli Alleati. Quest’ultimi, infatti, diedero filo da torcere ai nemici e furono costretti a ritirarsi o a indietreggiare.

La battaglia del Simeto, tenutasi tra il 14 e il 22 luglio, diede un duro colpo alla difensiva nazista, che tuttavia fu in grado di respingere gli attacchi subiti e di costringere le cinque divisioni alleate impegnate nell’assalto a terminare l’operazione Fustian. Canadesi, britannici e scozzesi combatterono tra lo Sferro e la Piana di Catania con l’obiettivo di liberare Enna e Catania.

Le sorti dell’esercito italiano e tedesco si stavano lentamente scrivendo su tutta la Penisola: le truppe rimasero senza approvvigionamenti e furono costretti a razziare le abitazioni civili, ricorrendo talvolta anche alla violenza. Numerose sono le testimonianze di superstiti che hanno dovuto aprire le porte ai nazisti, che erano alla ricerca non solo di viveri e armi ma anche di donne, soggette a violenza carnale.

Intorno alle 10 del 3 agosto del 1943 alcuni soldati tedeschi si recarono presso la villa della famiglia Amato-Aloisio, situata in prossimità della Chiesa del Santissimo Crocifisso a Mascalucia. Gli Amato erano una famiglia di armatori e per i soldati nemici sarebbe stato un colpaccio appropriarsi delle loro armi. Quest’ultimi, però, in minoranza di numero, in un primo momento furono costretti alla fuga.

Mezz’ora dopo nel centro del paese avvenne il furto di una moto di un soldato italiano, una Gilera 500, per mano di un soldato tedesco che minacciò la folla circostante di aprire il fuoco. Tra i testimoni c’era un altro soldato italiano, addetto alle fotoelettriche, di origine mantovana, Francesco Wagner. Il militare mantovano tentò di recuperare la moto del compagno d’armi, puntando un fucile in faccia al rapinatore. Ma il ladro di moto non era solo e una pattuglia di tedeschi mentre accorreva in aiuto del soldato si lasciò sfuggire Wagner, che recuperò la moto, minacciandoli di gettare una bomba “Balilla”.

Nel primo pomeriggio un altro gruppo di soldati tedeschi bussò alla porta della famiglia Nicotra per farsi dare cinque cavalli e un asino. Ma anche loro, come gli Amato, si opposero e le truppe fecero dietro-front. Gli Alleati erano prossimi ad arrivare a Catania e gli armamenti non bastavano. Così i tedeschi decisero di usare la forza e di tornare dagli Amato. Iniziò così un breve conflitto a fuoco, in cui morì il capostipite Giovanni Amato e il nipote rimase ferito.

La gente terrorizzata dagli spari cominciò a correre ai ripari, armandosi come poteva. Si diffuse la voce che i tedeschi avevano sparato ad un mascaluciese. Dai balconi delle proprie abitazioni coloro che erano armati spararono a qualunque tedesco che vedevano. In questi scontri rimane gravemente ferito il giovane Wagner che morirà poco dopo nell’infermeria del paese.

Nella stessa mattinata a Pedara un contadino si era difeso colpendo a suon di pietre un soldato tedesco che pretendeva un mulo. Anche i pedaresi, terrorizzati dall’atteggiamento dei nemici, cominciarono a ricorrere alle armi. In questo modo i tedeschi furono costretti ad aspettare i rinforzi e nel primo pomeriggio cominciarono a riappropriarsi del paese con i rastrellamenti.

Tredici civili pedaresi furono presi e portati a Zafferana Etnea. Non tutti gli ostaggi, però, si erano schierati contro i tedeschi: c’era tra questi anche un cittadino fascista. L’intenzione dei tedeschi era quella di ucciderli, infatti i civili erano stati costretti a scavare la propria fossa. Grazie all’intervento di una donna di origini milanesi, Maria Antonietta Morlini, che conosceva il tedesco, fece da intermediario con i rapitori e il 10 agosto gli ostaggi fecero ritorno nelle proprie case.

Ma la giornata del 3 agosto non si era ancora conclusa. Un fatto accertato da più abitanti del paese, di cui non esistono fonti storiche scritte o visive, è il cosiddetto miracolo dei cani di San Vito, il santo patrono di Mascalucia che viene raffigurato sempre in mezzo a due docili cani. Sembrerebbe che tra le 17 e le 21 la via Etnea di Mascalucia sia stata presa d’assalto da un branco di cani. I testimoni di quest’evento parlano di un centinaio di cani, che andarono dietro i tedeschi, costringendoli a lasciare il paese.

L’orario è incerto: c’è chi ricorda che sia accaduto in piena luce, chi dopo il tramonto. La tesi più accreditata è quella delle 21. Le truppe tedesche, stanche dell’affronto subito nel pomeriggio, decisero di far saltare in aria il paese e lo riempirono di mine. Nel frattempo erano stati chiamati i rinforzi da Catania e un carro armato fu posizionato davanti la caserma dei carabinieri, minacciando la popolazione di aprire il fuoco da un momento all’altro. Il cingolato lasciò il paese alle prime ore del giorno seguente senza sparare un colpo.

Molti abitanti e storici locali affermano tutt’oggi che la Resistenza Italiana sia iniziata proprio dai fatti del ’43 nei paesi catanesi coinvolti in questa giornata difficile. Ma gli studiosi hanno preso le distanze da questa teoria, poiché la Resistenza Italiana nacque da una presa di coscienza diversa del fascismo rispetto da quella nata dall’avversione delle razzie dei tedeschi.


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A proposito dell'autore

Maria Regina Betti

Laureanda in Lettere Classiche, appassionata di luci rosse e di rullini, si dedica alla fotografia digitale, analogica e istantanea.

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