Università di Catania

Concorsi truccati Unict: condannati i membri della commissione del caso Scirè

Ad anticiparlo è lo stesso Giambattista Scirè, sui propri canali social. Pubblichiamo integralmente quanto scritto dal docente dell'Università di Catania.

“Il Tribunale di Catania (Collegio Sezione Terza Penale) ha condannato per il reato di abuso di ufficio (art. 533/535 c.p.p.) alla pena di 1 anno di reclusione ciascuno, con interdizione dai pubblici uffici, dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, i membri della commissione (del tristemente noto concorso a cui partecipai), il presidente di commissione Simone Neri Serneri, Luigi Masella e Alessandra Staderini, riconoscendomi il risarcimento del danno. Entro 30 giorni ci sarà il deposito della sentenza e delle motivazioni della condanna.

È una condanna simbolicamente esemplare, che deve fungere da monito alle commissioni per il futuro del reclutamento universitario italiano.

La macroscopica condotta irregolare, già sanzionata a livello amministrativo, è stata confermata in reato penale. Le sentenze della giustizia amministrativa (Tar Catania nel 2014 e Consiglio di Giustizia amministrativa della Regione Sicilia nel 2015) avevano infatti certificato le irregolarità, ma adesso il tribunale ha sentenziato il reato dal punto di vista penale, accertando l’intenzionalità e il dolo nella violazione del bando di concorso e del decreto ministeriale.

La commissione, nel lontano dicembre 2011, aveva dichiarato vincitrice del posto per ricercatore in Storia contemporanea bandito dall’Università di Catania (per la sede di Lingue di Ragusa) l’unica candidata, di nome Melania Nucifora, che all’epoca non era in possesso del titolo di dottore di ricerca e che aveva un curriculum scientifico non congruo al settore messo a bando, per l’esattezza un profilo con titoli e pubblicazioni su Icar/18 e Icar/15 cioè Storia dell’architettura e Progettazione urbanistica e architettonica. Le indagini della Procura avevano messo in luce anche i rapporti in conflitto di interesse tra la candidata vincitrice e il presidente di commissione, in particolare la presenza di entrambi nel comitato scientifico dell’Aisu Associazione italiana di storia urbana, diversi saggi della candidata contenuti in volumi del presidente di commissione, il volume dello stesso inserito nel programma di esame per il corso da lei tenuto in Storia dell’architettura.

Incredibilmente l’ateneo, nonostante il precedente collegio di giudici avesse indicato nell’Università di Catania una delle parti lese, per il danno erariale (segnalato dal Tar alla Corte dei conti) e arrecato dalla condotta della commissione, non si è mai costituito parte civile al processo. Verrebbe da chiedersi il perché. Chiederlo quanto meno al responsabile dell’ufficio legale e al rettore dell’ateneo.

Dai docenti del mio settore scientifico disciplinare, salvo qualche rarissima persona, silenzio assoluto. La mia è stata dunque una battaglia dura, da solo contro tutti.

Nel corso del dibattimento sono stati sentiti i testimoni prof. Lupo che non ha potuto non confermare il contenuto di una lettera inviata in cui dichiarava di aver scritto ai commissari, prima dell’esito del concorso, chiedendogli di resistere alle pressioni e di far vincere uno storico, il prof. Granozzi che ha confermato di aver scritto una lettera in cui definiva quel concorso una “gran porcheria” nota a tutti i docenti del settore e perfino all’ex rettore Pignataro, ed il prof. Marino che aveva messo in guardia il mondo accademico – dimostrando un rigore morale e una probità scientifica fuori dall’ordinario – dal continuare a manipolare con arroganza concorsi pubblici per fare interessi privati e personali con il paravento di una presunta non giudicabilità sull’arbitrio assoluto delle commissioni le uniche a detenere il possesso della scienza infusa. A difesa dell’indifendibile operato della commissione condannata, a dimostrazione di una scorretta difesa di corporazione, dettata in alcuni casi solamente da presunti vincoli di collaborazione scientifica quando non da legami di amicizia, sono intervenuti nomi molto noti di storici, almeno 6 (tutti respinti dai giudici nella fase precedente), che evito, per mia serietà, di menzionare in questa sede. Non possono non citare però l’attuale presidente della Sissco Cammarano (mi chiedo in virtù di quale mandato egli abbia rappresentato al processo, in difesa dell’indifendibile, tutti gli 800 membri del settore…) e un docente contemporaneista di nome Macry membro della commissione dell’Anvur per la valutazione del settore, che sono venuti al processo per difendere Neri Serneri ed hanno ingiustamente usato il loro pubblico ruolo, venendo smentiti dai fatti e dai giudici, come se già le sentenze amministrative non fossero bastate.

Questa memorabile sentenza dimostra una cosa: abbiate il coraggio di denunciare, amministrativamente e penalmente, quando la verità dei fatti dimostra che avete subito un’ingiustizia. Forse pagherete con l’isolamento (fino a perdere il posto di lavoro come è accaduto a me), con le “bastonate” (come dicono le intercettazioni lette sui giornali questi giorni), sarete bersagliati e perfino calunniati. Ma siate sempre determinati e non arrendetevi mai, perché la speranza deve essere l’ultima a morire, finché giustizia non è fatta. Solo così si potrà cambiare davvero le cose in questo paese nel nome, appunto, della trasparenza e del merito.

È nel terreno di coltura dell’omertà e dell’indifferenza, di chi vede e sta zitto per paura e quieto vivere, che i reati rimangono impuniti e che i raccomandati proliferano. È devastante, diseducativo che le istituzioni, a qualunque livello, non intervengano duramente a censurare comportamenti pubblici spesso commessi in aperta violazione delle leggi, in ogni caso moralmente scorretti, fino a che non si arriva la condanna penale da parte dei giudici. Troppo facile così. Aggiungo che chi denuncia pubblicamente e riferisce all’autorità azioni irregolari, illeciti e abusi per conto e nell’interesse della collettività dovrebbe essere tutelato dallo Stato. E’ necessaria una legislazione più avanzata a difesa dei whistleblower.

Il cambiamento di una mentalità illegale, arrivista, opportunista, immorale, deviata, purtroppo diffusa in ambito universitario come dimostrano le recenti inchieste, non può infatti essere demandato solamente alla forza e al coraggio di chi, isolato e nel silenzio generale, denuncia, o alle procure che indagano e ai giudici che per fortuna, quando hanno tutti gli elementi, condannano. E se è opportuno interdicono. Ci vuole ben altro da parte di un Ministero, di un Governo e di un Parlamento. No, non funziona così in un paese onesto e civile.

Ringrazio il mio anziano avvocato penalista, Enrico di Martino, quanto più lontano per provenienza dal mondo accademico (e questo è stato un punto di forza), che mi ha incoraggiato ed ha dato battaglia fin dall’inizio, dimostrando professionalità e spessore quando si è opposto all’iniziale richiesta di archiviazione (chissà perché in prima battuta certe procure tendono ad archiviare gli esposti contro la pubblica amministrazione), inanellando dopo le indagini, una dietro l’altra, le ordinanze e i decreti di accoglimento di tutti i giudici e magistrati che si sono poi interessati al caso.

Un grazie infine a tutti gli amici e colleghi di Tra-Me (che vorrei ma che non posso menzionare uno per uno) che mi sono stati vicini da quando, poco più di un anno fa, ci siamo incontrati ed abbiamo iniziato insieme questo splendido percorso nel nome dell’onestà, della legalità e della giustizia. Per cambiare questo paese partiamo dall’Università che vogliamo”.

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