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Prevenzione urologica, prof. Morgia: “Nei giovani manca un riferimento medico”

Le malattie urologiche non sono un’evenienza esclusiva dell’età adulta o di quella senile. Proprio per questo, la prevenzione deve avvenire sin dall’adolescenza. Cosa fare? Quali sono i consigli da seguire? Quando è il momento di rivolgersi all’urologo? Ai microfoni di LiveUnict ha risposto il prof. Giuseppe Morgia.

Negli adolescenti e nei giovani adulti dai 15 ai 30 anni, il tumore urologico più rappresentato è quello al testicolo, – afferma il prof. Morgia, direttore della Clinica Urologica e della Scuola di Specializzazione in Urologia dell’Università di Catania – altri tumori urologici (prostata, rene e vescica), sono molto rari in queste fasce di età. Di questi tre, l’unico che può essere un po’ meno raro è quello vescicale, ma sono dei casi quasi aneddotici”. I problemi maggiori nascono nel momento in cui un tumore non arriva all’attenzione medica per tempo. Il professore Unict, delegato del rettore per la Chirurgia Robotica, aggiunge che nell’ambito della prevenzione un contributo molto importante era dato dalla visita di leva che sottoponeva tutti i ragazzi di 18 anni a dei controlli che permettevano di addivenire in tempi precoci ad un’eventuale diagnosi.

Oggi, purtroppo, non esiste un sostitutivo di questo screening di massa e non esistono nemmeno dei veri e propri programmi di prevenzione attraverso l’uso di farmaci o di particolari sostanze, né attraverso la dieta. Un po’ come nel caso del cancro alla mammella, l’unico modo per poter fare prevenzione è l’autopalpazione: “La visita di leva una volta ci dava una grossa mano in questo senso. L’unica cosa che oggi possiamo consigliare ai ragazzi come screening spontaneo è l’utilizzo dell’autopalpazione: noi diciamo ai ragazzi di autopalparsi i testicoli, in modo tale da apprezzare l’eventuale presenza di piccole masse all’interno delle borse scrotali”. Il consiglio, inoltre, è quello di non tardare a fare una prima visita urologica: “Dovrebbe essere fatta a diciotto anni.  – aggiunge il professore – Quest’età è una sorta di break point  che va benissimo, perché in quel periodo possono essere messe in evidenza eventuali anomalie, problematiche oncologiche e non oncologiche”.

Ma nei soggetti dai 15 ai 30 anni possono presentarsi anche altre patologie non oncologiche, come ad esempio la dismorfofobia peniena o “sindrome da spogliatoio”. Il confronto con gli altri, in contesti come le docce o gli spogliatoi di campi da calcio, piscine, palestre e realtà simili, spesso fanno insorgere delle insicurezze sul proprio corpo che possono essere più o meno fondate. In ogni caso, il consulto urologico può servire a rassicurare il soggetto, oltre che sulle patologie oncologiche, anche sulla propria conformazione fisica, aiutandolo ad accettare più facilmente cambiamenti notevoli come quelli che si verificano durante l’adolescenza.

Sotto questo punto di vista, dunque, occorrerebbe fare un’operazione culturale per sottolineare la figura di riferimento dell’urologo per la popolazione giovanile. “Quello che noi medici lamentiamo molto – continua – è che, in questa fascia di età che va dai 15 ai 30 anni, manca un riferimento medico: succede, infatti, che a 15-16 anni il bambino maschio di solito esce fuori dalla sfera di competenza del pediatra. Mentre la bambina femmina dai 13 ai 16 anni entra nella sfera di attenzione del ginecologo perché iniziano i cicli mestruali, il ragazzo invece si perde perché non ha una figura di riferimento. I padri, inoltre, spesso hanno poca attenzione alla crescita adolescenziale dei ragazzi. La madre si trova tagliata fuori per il  fatto che il ragazzino ha difficoltà a confrontarsi con lei che è di sesso diverso. Tutto questo fa sì che questi ragazzini vadano avanti per tanti anni senza interessarsi alle loro problematiche”.

Per migliorare la prevenzione urologica, dunque, bisognerebbe agire su diversi livelli. Secondo il prof. Morgia, in primis, bisognerebbe portare avanti un’operazione culturale attraverso i media, i giornali e internet. A differenza delle donne che si rivolgono con facilità ai ginecologi, infatti, gli uomini spesso sono bloccati da maggiori tabù e tendono a vedere la visita specialistica quasi come una violazione della mascolinità: occorre perciò fare in modo che l’urologo inizi ad essere considerato come una figura di riferimento del maschio giovane, alla stessa stregua del ginecologo per le donne. Altra operazione da fare è quella sulle famiglie e sui medici di medicina generale, per stimolare in loro la consapevolezza dell’importanza che può avere la visita urologica.