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Istruzione: Italia bocciata, pochi docenti e troppi precari

Lo studio "Teaching Careers in Europe: Access, Progression and Support" boccia l'istruzione in Italia: docenti troppo anziani, lunghissimi periodi di precariato e scarso supporto alla professione. 

L’ultimo rapporto Eurydice, intitolato “Teaching Careers in Europe: Access, Progression and Support”, illustra quali sono le più importanti sfide da affrontare nell’ambito dell’insegnamento e quali sono i modi con cui i sistemi educativi le affrontano, servendosi di politiche  di pianificazione preventiva. Vengono esaminati quali sono i requisiti richiesti nelle varie nazioni per potere insegnare, quali i metodi di reclutamento e le condizioni lavorative garantite, oltre che le opportunità di sviluppo durante la carriera, la diversificazione dei compiti e il funzionamento della valutazione degli insegnanti. I risultati emersi hanno bacchettato l’Italia: il mondo dell’insegnamento all’interno del Belpaese lascia molto a desiderare.

In Italia la popolazione è caratterizzata da un progressivo invecchiamento, cosa che ha delle ripercussioni negative sull’istruzione. Per di più, a differenza degli altri Paesi europei, nei quali si registra “carenza di studenti iscritti nei percorsi di formazione iniziale per insegnanti e la tendenza ad abbandonare la professione”, con una distribuzione poco omogenea tra insegnanti e aree geografiche, in Italia, invece, coloro che ambiscono all’insegnamento devono fare i conti con la possibilità di andare incontro ad un lunghissimo precariato. La stragrande maggioranza delle altre nazioni europee, infatti, utilizza la strategia della pianificazione preventiva, mentre in Italia si continuano a stilare graduatorie stipatissime contenti decine di migliaia di insegnanti che subiscono continui rifiuti.

Altra sostanziale differenza rispetto all’Europa è il fatto che nella metà dei sistemi educativi i docenti già alla fine del loro percorso di formazione sono già pronti e qualificati per l’insegnamento. In altri 17 paesi viene richiesto di completare il percorso tramite un processo di accreditamento, certificazione, registrazione o esame nazionale. Ma soltanto nel nostro paese e in altri sei si è costretti, invece, a sottoporsi ad un concorso, peraltro non facile da superare e senza avere nessun’altro percorso alternativo per poter ottenere l’abilitazione. Questa cosa, al contrario, è una costante nel resto d’Europa, dove vengono messi a disposizione percorsi professionali brevi o basati sul lavoro. L’aggravante per l’Italia è che non si lascia spazio nemmeno a coloro che si sono formati sul campo, a chi ha già un’abilitazione o a chi ha alle spalle più di 36 mesi di servizio, condizione richiesta dall’Unione Europea per potere ottenere automaticamente il ruolo statale.

È interessante notare, inoltre, che nel 99% delle nazioni europee viene data agli insegnanti la possibilità di diversificate i propri compiti e di ricevere ulteriori incarichi rispetto a quello dell’insegnamento in senso stretto. Si possono assumere, ad esempio, “ruoli di mentoring, pedagogico, metodologico o manageriale. In genere, ricevono un aumento di stipendio dal momento che si spostano a un livello superiore nella struttura della carriera”. Altra pecca nell’insegnamento italiano è quella di non incentivare adeguatamente all’aggiornamento e alla formazione continua, cosa considerata in Europa “un dovere professionale”.

Un fatto che non può essere considerato, infine, è che in Italia non esistono figure di supporto all’insegnamento: in base alle ultime ricerche tra gli insegnanti si riscontra un aumento delle malattie psichiatriche ed oncologiche, causate con grande probabilità dal notevole carico di stress a cui sono sottoposti.

 

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