Gli imprenditori poco snobbano la formazione accademica ed universitaria. Questo è quanto emerge dalla ricerca Inapp, riportata da "la Repubblica".

Perché i laureati, alcune volte, non vengono assunti nelle aziende? Dopotutto, come riporta “la Repubblica“, un imprenditore sostiene: “A che servono i laureati in economia? Per gli affari bisogna avere studio, non aver studiato“. Insomma, alcune volte, la risposta alla domanda, sta proprio nel sottovalutare la formazione accademica ed universitaria.
In tal modo, si può spiegare anche la situazione delle piccole imprese, dove gli imprenditori si ritrovano nelle mani dei laureati che “non sanno usare”. Ma ciò può essere causa del fatto che nemmeno quegli imprenditori siano muniti di un titolo di studio universitario.
Secondo dati Inapp, nelle imprese in cui datore di lavoro non è laureato il numero dei dipendenti laureati si ferma al 5,7%; mentre, nelle imprese in cui l’imprenditore ha conseguito la laurea (un quinto degli imprenditori italiani), i dipendenti laureati sale al 25,5%. Inoltre, mentre gli imprenditori laureati investono 148,3€ a dipendente, i non laureati scendono a quota 101,5€.
Il modo di pensare delle piccole imprese che costellano il territorio nazionale sembrerebbe non valorizzare i titoli di studio dei laureati. Forse proprio perché si pensa che i laureati, in tali contesti, non siano adatti, o anche perché è difficile dare un ruolo di rilievo che sia adatto alla laurea conseguita. Di certo, è molto diffusa l’idea – sempre tra le piccole imprese – che il ragazzo, che ha frequentato l’università o da un istituto tecnico, sia stato formato per quel particolare processo produttivo. E ciò, in qualche modo, penalizza l’approccio dell’imprenditore con il ragazzo. Come sostiene il presidente dell’Inapp, Stefano Sacchi, l’imprenditore dovrebbe puntare sulla formazione degli studenti che arrivano nell’azienda, senza pensare che il laureato sia un lavoratore specializzato.
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