
La Germania offre migliaia di posti di lavoro solo a personale altamente qualificato e plurilingue .
Ma cosa ha consentito questa crescita? Vediamo alcuni dei punti salienti.
Tutto parte dalla riforma Hartz, che diede vita fra il 2003 e il 2005 a una serie di provvedimenti sul mercato del lavoro in una Germania, distrutta dalla Guerra Fredda alle prese con ben cinque milioni di disoccupati. La riforma a distanza di una decina di anni ha contribuito a diminuire i disoccupati di oltre due milioni, con un tasso di disoccupazione di circa il 5%, assolutamente impensabili queste cifre nei paesi del sud d’Europa, e con bassissima disoccupazione fra i giovani.
La Germania ha rilanciato il suo welfare attraverso sussidi di disoccupazione rivolti a tutti, l’importante è poter dimostrare di cercarlo un lavoro. In questo modo i disoccupati vengono spinti ad accettare proposte di lavoro che, se rifiutate, diminuiscono progressivamente i sussidi pubblici. Una politica rivoluzionaria se introdotta in Italia, dove c’è un alto tasso di lavoratori scoraggiati (quelli che non lo cercano proprio). Da noi infatti i benefici pubblici passano soprattutto attraverso la cassa integrazione e vanno a chi il lavoro già ce l’ha e lo perde (o rischia di perderlo).
Fra buoni per la formazione, centri di impiego e agenzie interinali, Hartz ha poi introdotto i famosi ‘Minijob’, contratti di lavoro precari, poco tassati, senza diritto a pensione né assicurazione sanitaria; i Minijob sono contratti atipici a 400 euro massimi; i finanziamenti a microimprese autonome e un maggior sostegno per gli over-50 che perdono il lavoro. Infine nella riforma di Hartz è previsto un reddito di cittadinanza anche a chi non trova lavoro dopo aver finito gli studi, con contributi per la casa, la famiglia e i figli, un’assicurazione sanitaria.
La parola chiave rimane sempre: flessibilità . Alta flessibilità del lavoro e un mix che ha facilitato le assunzioni portando il costo del lavoro, che era cronicamente alto, a livelli così competitivi da rendere la Germania il secondo esportatore mondiale dopo la Cina. Tutto ciò però ha anche indebolito i consumi, al punto da spingere i partner Ue e persino gli Usa, a chiedere un aggiustamento: viene spesso chiesto a Berlino di pagare meglio il lavoro.
Ma la Germania ha anche capito l’importanza del lavoro femminile, altro che “quote rosa”. Le donne sono infatti aiutate dallo stato nel difficile equilibrio tra l’esigenza di dover conciliare la famiglia e il diritto al lavoro, e per loro è più facile ottenere cariche dirigenziali.
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