
Catania sale sul podio delle province più motorizzate d’Italia. Secondo i dati diffusi dalla CGIA di Mestre, nel territorio etneo circolano 811 auto ogni mille abitanti: oltre otto vetture ogni dieci persone. Un numero che colloca la provincia al terzo posto nazionale, dietro Firenze e Isernia, e che fotografa una realtà evidente ogni giorno tra circonvallazione e centro storico: il traffico è ormai una componente strutturale della vita cittadina.
Ma mentre il parco auto continua a crescere, accade un fenomeno apparentemente paradossale: le officine chiudono. E il settore dell’autoriparazione, anche a Catania, vive una trasformazione profonda che va oltre la semplice crisi economica.
Il primato italiano non è una novità: l’Italia è il Paese europeo con la più alta densità di automobili, con 701 vetture ogni mille abitanti. Tuttavia, il dato di Catania colpisce per la sua intensità. In una città dove il trasporto pubblico fatica a rappresentare un’alternativa realmente competitiva e dove l’assetto urbanistico rende complessi gli spostamenti, l’auto privata resta il mezzo dominante.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: congestione quotidiana, difficoltà di parcheggio, livelli di inquinamento elevati e una qualità della vita che risente della pressione costante del traffico, come raccontato nel nostro precedente focus sull’emergenza traffico a Catania, tra arterie bloccate e tempi di percorrenza sempre più dilatati. Eppure il numero delle auto continua a crescere, superando a livello nazionale i 41 milioni di veicoli.
Catania, in questo contesto, non è solo una delle tante province italiane: è uno dei simboli di un modello di mobilità ancora fortemente centrato sull’automobile.
A rendere il quadro ancora più complesso c’è un altro dato significativo: il parco auto italiano è tra i più anziani d’Europa. Quasi una vettura su quattro ha più di vent’anni. Mezzi più vecchi significano, in teoria, maggiore necessità di manutenzione e riparazioni.
Eppure, proprio mentre le auto invecchiano e aumentano, le officine diminuiscono. In Italia si è passati da oltre 83 mila attività nel 2014 a poco più di 75 mila nel 2024. A Catania il calo è stato del 10% in dieci anni: da 1.708 a 1.538 officine attive.
Non si tratta di una flessione temporanea, ma di un cambiamento strutturale. Le piccole autofficine familiari, che per decenni hanno rappresentato un punto di riferimento nei quartieri, faticano a restare aperte in un contesto che richiede investimenti sempre più onerosi.
Il primo ostacolo è economico. Affitti, bollette energetiche, smaltimento dei rifiuti speciali, assicurazioni e adeguamenti normativi hanno costi sempre più elevati. I margini di guadagno si riducono, anche perché molti clienti cercano il prezzo più basso e acquistano online i pezzi di ricambio, comprimendo ulteriormente i ricavi delle officine.
A questo si aggiunge la crescente complessità tecnologica delle auto moderne. Centraline elettroniche, sistemi ADAS, software di diagnosi, veicoli ibridi ed elettrici richiedono strumenti avanzati e formazione continua. Non basta più l’esperienza meccanica tradizionale: servono competenze informatiche e aggiornamenti costanti, spesso con investimenti che superano decine di migliaia di euro.
Infine, pesa la concorrenza delle grandi reti e delle concessionarie ufficiali, capaci di offrire pacchetti di manutenzione e garanzie grazie a economie di scala difficili da eguagliare per una piccola realtà indipendente.
C’è poi un problema culturale e sociale: il ricambio generazionale. Sempre meno giovani scelgono mestieri manuali e artigianali. Fare l’autoriparatore significa affrontare lavoro fisico, responsabilità tecniche, burocrazia e orari impegnativi. Quando il titolare di un’officina va in pensione, spesso non c’è nessuno pronto a raccoglierne l’eredità.
In una città come Catania, dove il tessuto produttivo è fatto in gran parte di piccole imprese, questa dinamica rischia di impoverire ulteriormente il panorama economico locale. Il paradosso resta evidente: più auto sulle strade, meno officine nei quartieri. Una contraddizione che racconta molto del cambiamento in atto, non solo nel settore dell’auto ma nell’intero sistema economico e sociale. Per invertire la tendenza servirebbero incentivi alla
formazione tecnica, sostegni agli investimenti e una maggiore
valorizzazione del mestiere artigiano.
La domanda, allora, riguarda il futuro: Catania continuerà a essere la capitale delle quattro ruote senza riuscire a sostenere la propria filiera? O saprà trasformare questa sfida in un’occasione per innovare, investire nella formazione e ripensare la mobilità urbana?
Il traffico quotidiano è la fotografia del presente. Le scelte che si faranno oggi determineranno la Catania di domani.
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