
Dopo l’eruzione di sabato 8 febbraio, la forza esplosiva dell’Etna ha dato vita a un fenomeno straordinario: l’apertura di una frattura eruttiva sulla base meridionale del cratere Bocca Nuova.
L’evento è stato prontamente monitorato grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza e alle osservazioni effettuate sul campo dal personale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Una colata lavica, originatasi a circa 3000 metri sul livello del mare, si è riversata tra il cratere Bocca Nuova e quello di Sud-Est, espandendosi progressivamente in direzione di Monte Frumento Supino, creando un panorama straordinario di attività vulcanica. Generalmente questo tipo di eruzione è di natura effusiva con fontane di lava e rischio molto contenuto, più che altro legato allo scorrimento della lava sui fianchi del vulcano. Tra le più importanti in ordine di tempo ricordiamo quella dell’agosto del 2023 la cui lunghezza raggiunse i 2km e distrusse un’ampia area boschiva.
L’eruzione di sabato scorso si è manifestata dopo alcuni giorni di attività esplosiva, sebbene moderata, proveniente dal Cratere di Sud-Est, che aveva già preannunciato una potenziale intensificazione dell’attività del vulcano.
Dal punto di vista sismico, l’ampiezza del tremore vulcanico si è mantenuta all’interno di intervalli di valore medio, con oscillazioni modeste. Le sorgenti del tremore, tuttavia, sono state localizzate nelle immediate vicinanze del Cratere di Sud-Est, ad altitudini comprese tra i 2800 e i 3000 metri sul livello del mare. Sebbene il fenomeno non sia stato di estrema intensità, le implicazioni di tale risveglio sono significative, destando l’attenzione di scienziati e osservatori, che monitorano con attenzione l’evolversi della situazione.
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