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Fusione tra Intesa Sanpaolo e Ubi Banca, l’ad Messina: “Prevediamo 2500 assunzioni”

La proposta lanciata nella notte punta alla fusione della banca Intesa San Paolo e di Ubi Banca. L'ad della prima banca in Italia ha parlato di un'operazione storica, che potrebbe portare all'assunzione di 2500 giovani.

Con un’offerta lampo nella notte, la Intesa Sanpaolo lancia l’assalto a Ubi Banca, tramite una proposta ufficiale di scambio tra gli istituti che porterebbe, se concretizzata, alla fusione dei due enti, rispettivamente il primo e il quarto d’Italia nel settore.

Lo rende noto la stessa banca San Paolo tramite un comunicato ufficiale:

“Intesa Sanpaolo considera UBI Banca tra le migliori banche italiane, radicata nelle regioni italiane più dinamiche, con rilevanti risultati conseguiti grazie all’eccellente lavoro svolto dal Ceo e dal management e con un valido Piano di Impresa, che nel Gruppo risultante dall’operazione possono trovare non solo continuità di realizzazione ma anche ulteriore valorizzazione Ubi Banca si contraddistingue per le affinità con Intesa Sanpaolo, in particolare per quanto concerne modello di business e valori aziendali, anche perché molte persone del management di UBI Banca hanno avuto un percorso professionale che in precedenza si è svolto nel Gruppo Intesa Sanpaolo”.

La proposta ha già attirato l’interesse di tutti i media nazionali, per una fusione che potrebbe creare un istituto in grado di raggiungere l’astronomica cifra di sei miliardi di utili entro il 2022. Sull’operazione è intervenuto anche l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che la definisce come un’operazione storica per il Gruppo e parla di una necessità molto chiara: “puntare sull’ingresso di giovani nel nuovo Gruppo grazie a un programma di 2.500 assunzioni, per promuovere il cambio generazionale e sostenere l’occupazione”.

Se la proposta si realizzasse, si creerebbe un istituto in grado di distribuire ai propri azionisti dividendi elevati e sostenibili, ma anche di velocizzare la riduzione dei crediti deteriorati senza costi per gli azionisti e di confermare una elevata solidità patrimoniale, con un common equity ratio previsto a un livello superiore al 13%.

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