Categorie: Speciale Sant'Agata

Sant’Agata e le ‘ntuppatedde: quando Verga raccontava la tradizione

La tradizione tutta catanese delle 'ntuppatedde attrae e incuriosisce da tempo: avrebbe potuto confermarlo persino Giovanni Verga che scrive a riguardo in una sua novella.

La figura femminile è centrale all’interno delle celebrazioni agatine che, ogni anno, animano ancor di più la già vivacissima Catania. La città non è solo protetta e rappresentata dalla presenza di Agata, Santa Patrona, ma nei primi giorni di febbraio è anche arricchita dalla visita di fanciulle avvolte da un alone di mistero. Non possiamo che riferirci alle celebri ‘ntuppatedde che, contraddistinte dal bianco delle loro vesti e dal rosso dei fiori che tengono in mano, danzano in gruppo, celando la loro identità.

Così, gli occhi di turisti e cittadini vengono inevitabilmente catturati dal fascino di queste giovani mentre gli animi vengono contagiati dalla loro gioia. Con il ritorno annuale delle ‘Ntuppatedde in città, rivivono curiosità e racconti legati alla loro origine e storia. Anche Giovanni Verga, forse il più celebre autore nato ai piedi dell’Etna, ha considerato queste donne fonte di curiosità, trasformandole poi in oggetto narrativo.

A quest’ultimo, infatti, si deve la stesura di una novella intitolata “La coda del diavolo”, tratta dalla raccolta “Primavera e altri racconti” del 1877. Il racconto ha come protagonisti due amici, Donati e Corsi, legati indissolubilmente fin dalla nascita. Il rapporto tra i due è destinato, tuttavia, ad essere scosso dal sopraggiungere di una donna, Lina.

Ad un certo punto della novella, ambientata a Catania, Verga non può fare a meno di narrare della Festa della Santa Patrona e di menzionare la tradizione delle ‘Ntuppatedde. Vi riportiamo di seguito il passo in questione:

“A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c’è la festa di Sant’Agata, – gran veglione di cui tutta la città è il teatro – nel quale le signore, ed anche le pedine, hanno il diritto di mascherarsi, sotto il pretesto d’intrigare amici e conoscenti, e d’andar attorno, dove vogliono, come vogliono, con chi vogliono, senza che il marito abbia diritto di metterci la punta del naso. Questo si chiama il diritto di ‘ntuppatedda, diritto il quale, checché ne dicano i cronisti, dovette esserci lasciato dai Saraceni, a giudicarne dal gran valore che ha per la donna dell’harem. Il costume componesi di un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere la tramontana, o per far dare al diavolo. La sola civetteria che il costume permette è una punta di guanto, una punta di stivalino, una punta di sottana o di fazzoletto ricamato, una punta di qualche cosa da far valere insomma, tanto da lasciare indovinare il rimanente. Dalle quattro alle otto o alle nove di sera la ‘ntuppatedda è padrona di sé (cosa che da noi ha un certo valore), delle strade, dei ritrovi, di voi, se avete la fortuna di esser conosciuto da lei, della vostra borsa e della vostra testa, se ne avete; è padrona di staccarvi dal braccio di un amico, di farvi piantare in asso la moglie o l’amante, di farvi scendere di carrozza, di farvi interrompere gli affari, di prendervi dal caffè, di chiamarvi se siete alla finestra, di menarvi pel naso da un capo all’altro della città, fra il mogio e il fatuo, ma in fondo con cera parlante d’uomo che ha una paura maledetta di sembrar ridicolo; di farvi pestare i piedi dalla folla, di farvi comperare, per amore di quel solo occhio che potete scorgere, sotto pretesto che ne ha il capriccio, tutto ciò che lascereste volentieri dal mercante, di rompervi la testa e le gambe – le ‘ntuppatedde più delicate, pių fragili, sono instancabili, – di rendervi geloso, di rendervi innamorato, di rendervi imbecille, e allorché siete rifinito, intontito, balordo, di piantarvi lė, sul marciapiede della via, o alla porta del caffè, con un sorriso stentato di cuor contento che fa pietà, e con un punto interrogativo negli occhi, un punto interrogativo fra il curioso e l’indispettito. Per dir tutta la verità, c’è sempre qualcuno che non č lasciato cosė, né con quel viso; ma sono pochi gli eletti, mentre voi ve ne restate colla vostra curiosità in corpo, nove volte su dieci, foste anche il marito della donna che vi ha rimorchiato al suo braccio per quattro o cinque ore – il segreto della ‘ntuppatedda è sacro. Singolare usanza in un paese che ha la riputazione di possedere i mariti più suscettibili di cristianità! È vero che è un’usanza che se ne va”.

 

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