Categorie: Cinema e Teatro

DISUM – Uno spettacolo per gli studenti, Roberto Disma racconta il suo “Teatro alla lettera”

La Sicilia, terra di antiche bellezze e tradizioni, conserva ormai da millenni il culto per il teatro, che ha subito dei mutamenti nel corso dei secoli. Possiamo vantarci di numerose testimonianze del teatro greco come, ad esempio, a Siracusa. È qui che è cresciuto Roberto Disma, attore, autore, sceneggiatore, cantautore, che ha fatto della sua passione per il teatro il suo lavoro. La realtà della nostra epoca è la sua fonte di ispirazione: che siano fatti di cronaca o attualità, l’autore riesce sempre a ricavare trame che fungano da denuncia o esempio al lettore.

Roberto, che emozioni provi quando ti esibisci?

L’emozione che non abbandona mai un attore prima di una rappresentazione è l’adrenalina al debutto di uno spettacolo, perché è la prima volta in cui l’attore mette concretamente alla prova l’impostazione del personaggio che interpreta. Durante un’esibizione sono quasi inevitabili gli imprevisti: credo che ogni attore ami dover improvvisare per mantenere la scena in occasione di qualche errore, è come un’ulteriore prova da superare! Infine, senza alcun dubbio, una grande emozione è suscitata dall’ applauso del pubblico, e non per autocelebrazione: l’applauso è l’indice di risposta del pubblico, è la reazione più tangibile che l’attore può recepire e, a sua volta, è utile per ottenere la conferma che il messaggio da lanciare allo spettatore, o anche la mera emozione, è arrivata.

Che gioco riveste la tua arte nel sociale?

Soprattutto quando sono in veste di autore, oltre che attore, ogni forma d’arte che esprimo ha un fine sociale. C’è chi sostiene che lo spettacolo nasce dal divertire, ma io non sono d’accordo. Lo spettacolo nasce dalla necessità di esprimere messaggi che, nella vita di tutti i giorni, lo spettatore non è propenso o abituato a recepire. Per questo si puntano i riflettori su un palco: lo spettatore non può fare a meno che ascoltare quel messaggio ed è compito dell’autore, così come dell’attore, far sì che venga appreso. La satira, genere che amo e a cui ricorro molto spesso, nasce proprio per ottenere questo risultato: il messaggio amaro viene accolto tra le risa del pubblico che, a lungo andare, si trasformano in una risata amara, un’emozione difficile da dimenticare. Tra l’altro, nel caso in cui il messaggio sia eccessivamente “scomodo”, in difesa della libertà intervengono la fantasia e la finzione. Non è possibile impedire il pensiero ma, purtroppo, è possibile diseducarlo; per questo chi detiene il potere prova a indottrinare le masse abusando dei mezzi di comunicazione, causando disorientamento, annichilimento, ignoranza e paura. Oggi più che mai è necessario che l’arte si esprima, perché l’arte è libera.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

Sto abbracciando nuove prospettive a Catania. L’obiettivo più importante, al momento, è la prima rappresentazione di un mio spettacolo scritto appositamente per un progetto teatrale che mira a coinvolgere gli studenti dell’Università di Catania. Abbiamo già costituito un gruppo, “Teatro alla Lettera”, con gli studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche e puntiamo ad un sostegno formale da parte dell’Ateneo. Ovviamente, anche stavolta sarà l’utilità sociale e culturale a prevalere.

Perché hai deciso di coinvolgere i ragazzi dell’università piuttosto che attori con precedenti esperienze professionali?

Questo progetto è un’idea nuova e con un testo inedito. Se avessi coinvolto attori esperti, nel migliore degli esiti non sarebbe stato comunque un progetto vincente. Pier Paolo Pasolini sosteneva che, se avesse dovuto scritturare un attore per il ruolo un camionista, avrebbe preferito scritturare un camionista vero. La peculiarità di questo progetto è la novità: i ragazzi sono validi e motivati al punto che, se dovessero calcare la scena domani, non avrei dubbi sul rendimento dello spettacolo. Forse sono eccessivamente ottimista, ma un ottimista è un cretino che crede in qualcosa e il pessimista è un cretino che non crede in niente. Tra i due, preferisco decisamente il primo. Non si smette mai di crescere artisticamente, quello che conta principalmente è quanto l’attore creda nel progetto intrapreso, per cui si impegna costantemente con dedizione e amore; con questa base è possibile lavorare per migliorare la tecnica, posta al servizio dell’attore. Il frutto di amore e tecnica forma la professionalità, quindi l’attore professionista. È questo che nota il pubblico, reagendo di conseguenza. Il coinvolgimento dei ragazzi fa sì che il progetto assuma un’importanza fondamentale, una necessità che incombe da tempo: il teatro deve tornare ai giovani. Il teatro è arte, libertà e vita, e la vita di oggi è dei giovani. Dobbiamo assumere la consapevolezza di questa enorme responsabilità, per fare nostro il futuro che ci attende.

 

 

Martina Marotta

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