Il confine tra il diritto di scendere in piazza e la tutela della viabilità torna al centro del dibattito politico e giuridico. L’orientamento dell’Esecutivo punta a un ulteriore inasprimento delle sanzioni per chi attua blocchi stradali o ferroviari, ipotizzando il sequestro e la confisca dei mezzi impiegati per ostruire le principali arterie di comunicazione.
Una misura che rischia di impattare in modo diretto sulle modalità di protesta adottate in queste settimane da categorie come autotrasportatori e agricoltori, impegnati in presidi e cortei nel Mezzogiorno per contestare il carovita e l’aumento dei costi operativi.
Dal decreto del 2025 alla nuova stretta sui mezzi
L’ipotesi di confiscare i veicoli si inserisce in un percorso normativo già avviato. Con il decreto-legge n. 48/2025, la disciplina dell’art. 1-bis del D.Lgs. n. 66/1948 era stata infatti modificata per estendere la punibilità a titolo di reato anche nei confronti di chi intralcia la circolazione interponendo semplicemente il proprio corpo, trasformando condotte un tempo amministrative in fattispecie di rilevanza penale.
L’eventuale previsione del sequestro e della confisca dei mezzi pesanti e agricoli rappresenterebbe un passaggio ulteriore, volto a disincentivare l’uso dei veicoli come strumento di pressione logistica nei punti nevralgici della rete stradale e autostradale.
Il dibattito sulla costituzionalità e il diritto di riunione
La progressiva contrazione degli spazi di protesta — già ridotti negli anni attraverso la perimetrazione delle cosiddette “zone rosse” precluse ai cortei — solleva da tempo rilevanti perplessità tra giuristi e costituzionalisti.
Al centro del dibattito vi è la ricerca di un bilanciamento tra principi di pari rango:
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La libertà di circolazione (tutelata dall’articolo 16 della Costituzione);
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Il diritto di riunione e di manifestazione del pensiero (articoli 17 e 21 della Costituzione);
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Il diritto di sciopero (articolo 40 della Costituzione).
Mentre i sostenitori delle nuove norme individuano nella tutela della viabilità e della continuità economica un bene primario da proteggere contro blocchi prolungati, le voci critiche evidenziano come la criminalizzazione delle forme di dissenso pacifico e l’innalzamento delle sanzioni patrimoniali (come la confisca del mezzo di lavoro) possano svuotare di efficacia la stessa agibilità democratica delle mobilitazioni popolari.












