L’esperimento italiano dei centri per migranti in Albania torna al centro dello scontro politico e giuridico. A riaprire il caso è una nuova ricerca di Amnesty International, che punta l’attenzione sulle condizioni delle persone trasferite e trattenute nelle strutture di Gjader e Shengjin e solleva interrogativi sull’effettivo accesso alla difesa, alla giustizia e alle procedure d’asilo. Secondo l’organizzazione, il modello di detenzione extraterritoriale avrebbe prodotto gravi criticità e rischierebbe di comprimere diritti fondamentali. Accuse pesanti, che arrivano mentre l’Italia prepara nuovi utilizzi dei centri e l’Unione europea discute come rafforzare la gestione dei rimpatri e dei flussi migratori. La questione, quindi, non riguarda più soltanto l’accordo tra Roma e Tirana, ma il modello di politica migratoria che l’Europa potrebbe scegliere per i prossimi anni.
Italia-Albania, il dossier che riapre il caso dei migranti detenuti fuori dai confini
Il modello italiano di gestione dei migranti in Albania torna sotto i riflettori, questa volta attraverso un rapporto di Amnesty International che mette al centro non tanto la sua efficacia politica, quanto le garanzie riconosciute alle persone trasferite e trattenute nelle strutture. L’organizzazione per i diritti umani sostiene che l’accordo possa esporre migranti e richiedenti asilo a rischi significativi per la libertà personale, l’integrità fisica e l’accesso alla giustizia.
Il tema è destinato a riaccendere il confronto sulle politiche di esternalizzazione della migrazione, proprio mentre l’Unione europea cerca nuove modalità per gestire arrivi, procedure d’asilo e rimpatri anche attraverso la collaborazione con Paesi esterni ai propri confini. Amnesty chiede all’Italia di interrompere l’accordo e a Bruxelles di evitare che meccanismi analoghi diventino un modello per altri Stati membri. Si tratta, va precisato, delle conclusioni di un’organizzazione non governativa basate su documentazione giudiziaria, fonti istituzionali e testimonianze, non di una pronuncia giudiziaria che abbia dichiarato illegittimo l’intero accordo.
Dal protocollo del 2023 ai trasferimenti: come funziona il sistema
Il percorso nasce il 6 novembre 2023, quando Italia e Albania firmano il Protocollo per rafforzare la collaborazione in materia migratoria. L’intesa, entrata in vigore nel febbraio 2024, prevede strutture gestite dalle autorità italiane sul territorio albanese: il centro di Shengjin, destinato alle attività di identificazione e prima accoglienza, e quello di Gjader, destinato al trattenimento. Nella versione originaria, il progetto era pensato soprattutto per persone soccorse o intercettate in mare, provenienti da Paesi considerati sicuri dall’Italia e sottoposte a procedure accelerate per l’esame delle domande di protezione internazionale.

Tra ottobre 2024 e gennaio 2025 furono effettuati tre trasferimenti, per un totale di 74 persone portate dall’alto mare in Albania. Il meccanismo è stato però immediatamente sottoposto al vaglio della magistratura italiana. Diverse decisioni giudiziarie non hanno convalidato i provvedimenti di trattenimento e l’Italia ha quindi interrotto i trasferimenti diretti dalle operazioni in mare. Successivamente il governo ha modificato il quadro normativo, estendendo l’utilizzo di Gjader anche a cittadini stranieri già destinatari di provvedimenti di espulsione e trasferiti dai centri per il rimpatrio italiani. Secondo le informazioni raccolte da Amnesty, oltre 500 uomini sarebbero stati trasferiti nella struttura nell’arco dei 15 mesi considerati dalla ricerca.
La denuncia di Amnesty: «Rischi per libertà, sicurezza e dignità»
È proprio sulle conseguenze concrete del modello che si concentra il nuovo rapporto. Amnesty sostiene che le persone trasferite in Albania abbiano incontrato ostacoli significativi nell’accesso all’assistenza legale e alle garanzie procedurali. La distanza dai tribunali italiani e dagli avvocati, secondo l’organizzazione, può rendere più complesso preparare una difesa adeguata e contestare tempestivamente i provvedimenti di trattenimento. La ricerca cita, tra le altre, la testimonianza di un avvocato che avrebbe avuto difficoltà a incontrare il proprio assistito prima di un’udienza e avrebbe avuto poco tempo per predisporre la difesa. Amnesty richiama inoltre 42 “eventi critici” registrati a Gjader tra l’11 aprile e il 16 maggio 2025, tra cui due tentativi di impiccagione, una protesta e diversi episodi di autolesionismo.
Sono dati che l’organizzazione interpreta come segnali delle difficili condizioni vissute dalle persone trattenute. Allo stesso tempo, il rapporto evidenzia un limite importante della propria indagine: Amnesty non ha potuto accedere direttamente ai centri, dopo il diniego del ministero dell’Interno motivato da ragioni di sicurezza e ordine pubblico. Le conclusioni sono state quindi costruite attraverso atti giudiziari, corrispondenza con le autorità, rapporti di parlamentari e garanti, informazioni della società civile e colloqui con agenzie delle Nazioni Unite e avvocati.
Il punto più delicato: cosa succede quando la detenzione è fuori dall’Italia
La questione sollevata dal rapporto va oltre la singola struttura. Il vero interrogativo riguarda la possibilità di trasferire una persona fuori dal territorio nazionale mantenendo, allo stesso tempo, intatte tutte le garanzie previste dall’ordinamento italiano ed europeo. Secondo Amnesty, la distanza fisica può incidere concretamente sulla possibilità di incontrare un legale, comparire davanti a un giudice e contestare una decisione amministrativa o giudiziaria. L’organizzazione contesta inoltre il modo in cui sono state gestite alcune controversie sulla designazione dei cosiddetti “Paesi sicuri”, ricordando che la materia è stata oggetto di numerosi interventi dei tribunali italiani e della Corte di giustizia dell’Unione europea.
Su questo terreno si è sviluppato uno dei confronti più accesi tra governo e magistratura: da una parte l’esecutivo sostiene la necessità di rendere più efficaci le procedure e i rimpatri; dall’altra, le decisioni giudiziarie hanno imposto verifiche sulle condizioni che devono essere rispettate affinché una persona possa essere sottoposta a una procedura accelerata. Per Amnesty, il rischio è che la ricerca di una maggiore efficienza finisca per comprimere proprio quelle garanzie che dovrebbero accompagnare ogni procedura di asilo e ogni forma di privazione della libertà.
Un modello costoso e destinato a far discutere ancora
L’accordo Italia-Albania ha anche un peso economico rilevante. Per la sua attuazione, il governo italiano ha previsto oltre 670 milioni di euro di spesa fino al 2028, mentre il protocollo ha una durata di cinque anni con possibilità di rinnovo automatico. Il progetto, inoltre, non è rimasto statico: dopo la sospensione dei trasferimenti diretti dal mare, l’Italia ha modificato il sistema e ha annunciato l’intenzione di tornare a utilizzare le strutture albanesi anche per la finalità originariamente prevista, cioè l’esame accelerato delle domande d’asilo con contestuale trattenimento delle persone interessate.
Il dossier di Amnesty arriva quindi in un momento particolarmente delicato, mentre l’Europa sta definendo nuove regole su asilo e rimpatri e diversi governi guardano con interesse alle formule di gestione dei flussi al di fuori dei confini dell’Ue. È qui che la vicenda italiana assume una portata più ampia: l’Albania potrebbe diventare un precedente per il futuro della politica migratoria europea, nel bene o nel male, a seconda della valutazione che istituzioni, tribunali e organismi internazionali daranno della sua compatibilità con le garanzie fondamentali.
Amnesty chiede lo stop, il dibattito resta aperto
La conclusione dell’organizzazione è netta: secondo Amnesty, l’esperienza maturata finora dimostrerebbe l’incompatibilità del modello con gli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani. Da qui la richiesta di chiudere l’accordo, rafforzare le alternative alla detenzione e assicurare alle persone migranti e richiedenti asilo un accesso effettivo alla giustizia, alla protezione internazionale e a un monitoraggio indipendente.
Il governo italiano, invece, considera l’intesa uno degli strumenti attraverso cui contrastare l’immigrazione irregolare e rendere più efficace la gestione delle procedure e dei rimpatri. Il confronto è quindi destinato a proseguire su più livelli: politico, giudiziario ed europeo. Al centro rimane una domanda difficile ma decisiva: fino a che punto uno Stato può spostare fuori dai propri confini la gestione della migrazione senza spostare, insieme alle persone, anche le responsabilità e le garanzie che il diritto impone?












