C’è un motivo per cui la candidatura della Festa di Sant’Agata all’UNESCO non può essere considerata soltanto una questione di prestigio. Dietro il dossier che sarà consegnato il 17 agosto 2026 c’è infatti una domanda molto più ampia: come si protegge una tradizione quando quella tradizione non appartiene a un museo, ma vive ogni anno nelle strade, nei gesti, nelle parole e nella memoria di un’intera comunità?
La candidatura de “La Festa di Sant’Agata a Catania” alla Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità entra ora in una fase decisiva. Il Comitato Scientifico consegnerà al Comitato Promotore la bozza del dossier, che dovrà poi essere ulteriormente condivisa e arricchita attraverso il coinvolgimento della comunità.
Non solo una festa: perché Sant’Agata racconta Catania
La Festa di Sant’Agata è molto più di una ricorrenza religiosa. È un sistema complesso di riti, tradizioni, linguaggi, musica, devozione, memoria collettiva e partecipazione popolare che, anno dopo anno, trasforma fisicamente e simbolicamente Catania. La forza della candidatura sta proprio nella possibilità di raccontare questo patrimonio nella sua interezza, senza ridurlo alla spettacolarità delle processioni o alla quantità di persone che partecipano. La festa è, soprattutto, una pratica culturale che viene trasmessa da una generazione all’altra e nella quale una comunità riconosce una parte della propria identità.
Non è un patrimonio immobile: cambia con la città, assorbe nuovi significati e continua a essere vissuto da persone diverse per età, provenienza e sensibilità. È questa dimensione viva che rende particolarmente importante il percorso UNESCO. La Festa di Sant’Agata è stata inserita nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia nel 2017 e nel 2022 il Comune aveva già formalizzato l’indirizzo per avviare la candidatura; nel 2025 il percorso ha assunto una struttura istituzionale con il protocollo sottoscritto da Comune, Arcidiocesi, Università e Comitato per la Festa.
Cosa significherebbe davvero il riconoscimento UNESCO
Occorre però evitare un equivoco: la consegna del dossier non significa che Sant’Agata sia già Patrimonio UNESCO. Si tratta di una tappa del percorso di candidatura, che dovrà seguire le procedure previste dalla Convenzione UNESCO sul patrimonio culturale immateriale. Per essere inserita nella Lista Rappresentativa, una tradizione deve dimostrare, tra gli altri aspetti, di costituire patrimonio culturale immateriale, di contribuire alla visibilità e alla consapevolezza del valore di tale patrimonio, di essere accompagnata da adeguate misure di salvaguardia e di essere sostenuta dalla partecipazione più ampia possibile della comunità interessata.
Ed è proprio quest’ultimo punto a rendere la candidatura particolarmente interessante per Catania. L’UNESCO non considera il patrimonio immateriale come qualcosa da mettere semplicemente sotto una teca: la Convenzione insiste sul ruolo delle comunità che creano, mantengono e trasmettono le tradizioni. Un eventuale riconoscimento, dunque, avrebbe valore soprattutto se accompagnato da un progetto concreto di tutela, documentazione e trasmissione della Festa alle nuove generazioni. L’iscrizione nella Lista Rappresentativa serve infatti a dare maggiore visibilità al patrimonio e ad accrescere la consapevolezza della sua importanza, non a trasformare automaticamente una festa in un’attrazione turistica.
Un’opportunità per Catania e per tutta la Sicilia
Per Catania, il riconoscimento potrebbe rappresentare una straordinaria occasione di posizionamento culturale internazionale, ma il valore più significativo potrebbe essere quello interno. Preparare una candidatura UNESCO significa mettere ordine nella memoria, studiare le tradizioni, raccogliere testimonianze, individuare ciò che rischia di perdersi e interrogarsi su come trasmetterlo. È un lavoro che può coinvolgere università, scuole, associazioni, istituzioni, operatori culturali e soprattutto i cittadini.
In questo senso, il percorso può diventare uno strumento per rafforzare la consapevolezza di ciò che la Festa rappresenta, anche al di là della dimensione strettamente religiosa. La Sicilia, inoltre, possiede già una presenza importante nel sistema UNESCO del patrimonio immateriale: tra gli elementi italiani iscritti figurano, ad esempio, l’Opera dei Pupi siciliana, riconosciuta nel 2008, e la pratica agricola della vite ad alberello di Pantelleria, iscritta nel 2014. La Festa di Sant’Agata aggiungerebbe una nuova espressione della cultura siciliana legata alla dimensione comunitaria e rituale.
Agata, una figura che può parlare anche al presente
C’è poi un altro livello, forse meno immediato ma culturalmente significativo. La figura di Agata può essere riletta anche attraverso categorie contemporanee: la sua storia è quella di una giovane donna che, secondo la tradizione agiografica, rifiuta il potere e le pretese di chi vuole imporle il proprio controllo. Senza sovrapporre arbitrariamente sensibilità moderne a una vicenda antica, questo elemento permette di interrogarsi sul modo in cui una figura religiosa possa continuare a generare significati nel presente.
È proprio questa capacità di una tradizione di dialogare con il tempo presente senza perdere le proprie radici che può rendere la candidatura culturalmente interessante. Sant’Agata può essere contemporaneamente memoria religiosa, simbolo identitario, patrimonio artistico e rituale, esperienza collettiva e occasione per riflettere su temi come la libertà, la dignità e il ruolo delle donne nella società. Il valore di una tradizione, del resto, non sta soltanto nella sua antichità, ma nella capacità di continuare a essere significativa per chi la vive.
Il vero obiettivo: custodire una festa viva
Il 17 agosto, dunque, non sarà semplicemente una giornata celebrativa. La consegna della bozza del dossier rappresenterà l’apertura di una fase nella quale la candidatura dovrà misurarsi con la comunità e con la capacità di costruire un progetto credibile di salvaguardia. È probabilmente questo il passaggio più importante: non chiedersi soltanto come far conoscere Sant’Agata al mondo, ma come fare in modo che Sant’Agata continui a essere riconoscibile a Catania tra cinquanta o cento anni.
Se il percorso arriverà all’iscrizione nella Lista UNESCO, il risultato non dovrebbe essere letto soltanto come una medaglia internazionale. Il riconoscimento avrebbe senso soprattutto se riuscisse a rafforzare la tutela della Festa, la trasmissione delle sue pratiche e la partecipazione della comunità. Perché il patrimonio immateriale, per sua natura, non si conserva semplicemente: si tramanda vivendolo. E la vera sfida per Catania sarà proprio questa: portare Sant’Agata nel mondo senza smettere di farla vivere, prima di tutto, alla città che da secoli la custodisce.
«Semu tutti devoti, tutti!
Cittadini, viva Sant’Agata!»











