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Salme abbandonate a Catania: l’ultima chiamata

A Catania 34 salme restano senza sepoltura: il Comune dà 10 giorni ai familiari, poi finiranno nei campi comuni per emergenza sanitaria.

A Catania, la morte diventa un fatto amministrativo urgente e, al tempo stesso, uno specchio delle trasformazioni sociali. Sono 34 le salme rimaste senza sepoltura al cimitero comunale, alcune ferme da anni nel deposito di via Acquicella, in attesa che qualcuno, un familiare, un parente, un responsabile,  si faccia avanti. Il Comune ha fissato un ultimatum: dieci giorni di tempo, fino al 5 maggio, per reclamare i defunti e decidere sulla loro collocazione. In caso contrario, si procederà d’ufficio con la sepoltura nei campi comuni. Una vicenda che va oltre il dato numerico e solleva interrogativi profondi su povertà, legami familiari e responsabilità collettive.

Salme in attesa per anni: il quadro della situazione

Il dato più impressionante non è solo il numero, ma il tempo. Tra le 34 salme non reclamate, alcune si trovano nel deposito da quattro o cinque anni: una risale addirittura a luglio 2021, un’altra ad agosto 2022, mentre tre sono ferme dall’estate 2023. Il numero cresce sensibilmente nel 2024, con undici casi, e nel 2025, con quattordici salme lasciate senza destinazione, a cui si aggiungono altri quattro casi tra gennaio e febbraio di quest’anno.

Tutti i feretri sono collocati nel vecchio deposito del cimitero, spesso fuori dalle celle frigorifere, in condizioni che non possono essere considerate adeguate nel lungo periodo. L’elenco completo dei defunti è stato reso pubblico sul sito del Comune e affisso negli uffici cimiteriali, un tentativo estremo per rintracciare eventuali familiari e sollecitare una presa di responsabilità.

Tra povertà e “spittizza”: le ragioni dell’abbandono

Dietro questa vicenda non c’è una sola spiegazione, ma un intreccio di fattori sociali ed economici. In molti casi, il costo della sepoltura rappresenta un ostacolo concreto per famiglie già in difficoltà, incapaci di sostenere spese che, tra loculi, tombe e servizi, possono diventare onerose. In altri casi, però, emerge una dinamica diversa, meno giustificabile: quella che in dialetto viene definita “spittizza”, ovvero la scelta di lasciare al Comune l’intero onere della sepoltura, anche a costo di abbandonare il proprio caro in deposito per anni. Una pratica che, secondo alcuni operatori del settore, non è affatto isolata. Il deposito, infatti, non è gratuito: ogni salma comporta un costo giornaliero di 3,10 euro, a cui si aggiungono le spese per la successiva sepoltura d’ufficio. Se il defunto è riconosciuto indigente, interviene il Comune; negli altri casi, i costi vengono addebitati ai familiari inadempienti.

Emergenza sanitaria e obbligo di intervento

A rendere improcrastinabile la situazione sono soprattutto le condizioni igienico-sanitarie. Con l’aumento delle temperature, il processo di decomposizione accelera, aumentando il rischio di fenomeni critici all’interno dei feretri: sovrapressione gassosa, cedimenti strutturali delle casse, fuoriuscita di liquidi e diffusione di miasmi. Elementi che trasformano una questione amministrativa in un potenziale problema di salute pubblica. Per questo motivo, il Comune ha deciso di intervenire con tempistiche rigide, prevedendo la sepoltura nei campi comuni anche in assenza di risposte da parte dei familiari. Una misura drastica, ma necessaria per garantire sicurezza e decoro in un luogo che, per sua natura, dovrebbe essere destinato al rispetto e alla memoria.

I campi comuni e il cambiamento culturale sulla sepoltura

La destinazione finale, in mancanza di rivendicazioni, sarà quella dei campi comuni, noti anche come “campi dei poveri”, un’area del cimitero visibile dall’ingresso di via Madonna del Divino Amore. Qui le salme vengono sepolte senza una tomba individuale e, trascorsi dieci anni, i resti vengono trasferiti nell’ossario comune. Una soluzione che porta con sé un forte stigma sociale, ma che oggi sembra lentamente perdere il suo carattere di marginalità.

Non sempre, infatti, è sinonimo di indigenza: c’è chi sceglie consapevolmente questa modalità, ritenendo superflua una sepoltura tradizionale. Una testimonianza raccolta sul posto racconta proprio questa scelta: una donna ha spiegato di aver rispettato il desiderio del marito, optando per il campo comune non per necessità economica, ma per convinzione personale. Un segnale di come stia cambiando, almeno in parte, il rapporto con la morte e con il ricordo.

Tra lavori in corso e responsabilità istituzionali

A chiarire le cause operative della vicenda è l’assessore ai Servizi cimiteriali Giovanni Petralia, che collega l’emergere del problema al trasferimento dal vecchio al nuovo obitorio, più moderno ma già saturo. Proprio questo passaggio ha fatto emergere le criticità accumulate nel tempo, imponendo un intervento straordinario. Il vecchio obitorio, infatti, dovrà essere liberato per consentire la realizzazione di una nuova sala del commiato entro pochi mesi.

Nel frattempo, proseguono anche altre attività, come lo scerbamento delle aree verdi, mentre restano criticità sulle condizioni delle strade interne del cimitero. La vicenda delle 34 salme, dunque, non è solo un episodio isolato, ma il sintomo di una gestione complessa, in cui si intrecciano limiti strutturali, esigenze organizzative e responsabilità condivise tra istituzioni e cittadini.

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