
SIGONELLA – Una manifestazione partecipata, carica di tensione politica e simbolica, ha riportato al centro del dibattito pubblico il ruolo strategico della Sicilia negli scenari internazionali. A poche centinaia di metri dall’ingresso della Base di Sigonella, circa 500 persone sono scese in strada per dire no all’utilizzo dell’isola come piattaforma logistica militare. Un corteo che unisce partiti, sindacati e associazioni e che, al di là dei numeri, punta a lanciare un messaggio chiaro: la Sicilia non vuole essere associata alla guerra.
La protesta ha visto la partecipazione di diverse realtà politiche e sociali, tra cui esponenti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra, insieme a sindacati e reti civiche. Le bandiere della pace hanno accompagnato il corteo lungo il tragitto verso la base, simbolo di una mobilitazione che affonda le sue radici in una tradizione pacifista storica dell’isola. Non si tratta solo di una manifestazione contro un’infrastruttura militare, ma di una presa di posizione più ampia contro il coinvolgimento, diretto o indiretto, nei conflitti internazionali. La presenza di giovani e cittadini comuni rafforza l’idea di una protesta che va oltre le appartenenze politiche e si configura come espressione di un disagio diffuso.
Al centro della protesta, le dichiarazioni dei rappresentanti politici presenti. Pierpaolo Montalto, segretario regionale di Alleanza Verdi e Sinistra, ha denunciato l’operatività della base, sostenendo che da Sigonella partirebbero droni attivi negli scenari di guerra in Medio Oriente. Parole dure anche nei confronti del governo nazionale, accusato di subordinare le scelte italiane agli equilibri internazionali. Sulla stessa linea Nuccio Di Paola, esponente del Movimento 5 Stelle in Sicilia, che ha ribadito la necessità di impedire che dal territorio siciliano partano operazioni militari dirette verso altri Paesi. Dichiarazioni che alimentano un clima già teso e che riportano al centro una questione delicata: il ruolo delle basi militari straniere sul suolo italiano.
Accanto alla dimensione politica, emerge con forza anche quella economica e sociale. Alfio Mannino, segretario della CGIL Sicilia, ha sottolineato come il conflitto internazionale stia già producendo effetti concreti sull’economia locale, con rincari energetici e difficoltà crescenti per lavoratori e famiglie. Secondo il sindacato, la prospettiva di una Sicilia trasformata in hub logistico militare rischia di aggravare ulteriormente una situazione già fragile.
“Non ci stiamo a vedere la Sicilia trasformata in piattaforma logistica per una guerra folle e ingiusta come tutte le guerre della quale pagano le conseguenze pure civili e innocenti, che potrebbe avere conseguenze sotto il profilo della sicurezza anche per la Sicilia e i cui contraccolpi economici si vedono già. Il nostro Paese- sottolinea il segretario della Cgil- rischia una crisi profonda, la recessione.”
Non solo: viene contestata anche la gestione dei fondi pubblici, con l’accusa alla Regione di destinare risorse a infrastrutture legate all’economia di guerra invece che a settori fondamentali come sanità, scuola e trasporti. Un tema che amplia il dibattito, spostandolo dal piano internazionale a quello delle politiche locali.
La manifestazione richiama inevitabilmente precedenti storici che hanno segnato la Sicilia. Il riferimento è alle grandi mobilitazioni pacifiste degli anni ’80, come quella contro i missili Cruise a Comiso, promossa da Pio La Torre. Un’eredità che oggi viene rivendicata dai manifestanti come parte dell’identità dell’isola: terra di incontro, di dialogo e non di conflitto. In questo senso, la protesta non è solo una reazione all’attualità, ma anche un tentativo di riaffermare una visione alternativa del futuro della Sicilia, lontana dalle logiche militari e più vicina a quelle della cooperazione e dello sviluppo.
Al di là delle posizioni politiche, la mobilitazione di Sigonella apre una riflessione più ampia e inevitabile: quale ruolo deve avere la Sicilia nello scenario globale?
Terra strategica nel Mediterraneo, crocevia di interessi internazionali, ma anche regione con fragilità economiche e sociali profonde. La protesta non offre risposte definitive, ma pone domande urgenti che chiamano in causa istituzioni, cittadini e comunità internazionale. E mentre il corteo si scioglie e le bandiere vengono ripiegate, resta una sensazione chiara: il dibattito è tutt’altro che chiuso. Anzi, è appena cominciato.
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