
Caro scuola 2025; famiglie italiane in difficoltà
A circa sette mesi dalla scadenza fissata per giugno 2026, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza continua a mostrare evidenti crepe, soprattutto sul fronte dell’istruzione. Quello che doveva essere uno dei pilastri del rilancio del Paese – in particolar modo nei servizi per l’infanzia, scuola e università – procede a rilento, con una capacità di spesa che resta ben al di sotto delle aspettative. I dati aggiornati allo scorso ottobre, contenuti nel focus “Il PNRR per l’Istruzione: a che punto siamo?”, pubblicato dalla Fondazione Agnelli, restituiscono l’immagine di un settore che fatica a trasformare le risorse in cantieri, progetti conclusi e servizi attivi.
Nel complesso, la spesa PNRR destinata all’istruzione ha raggiunto solo il 36,6% dei finanziamenti assegnati: Un dato inferiore alla media complessiva del Piano e, soprattutto, poco confortante se si considera la distanza temporale dalla scadenza. Ancora più indicativo è l’andamento recente: tra giugno e ottobre 2025 l’avanzamento della spesa è cresciuto di appena 2,3 punti percentuali. Anche ipotizzando ritardi nella rendicontazione, il quadro che emerge è quello quindi di una macchina che procede con estrema lentezza.
Il rallentamento non è uniforme: alcune misure registrano livelli di spesa relativamente elevati, come le borse di studio universitarie o il programma Scuola 4.0, che ha beneficiato di una progettazione più standardizzata. Al contrario, altri interventi risultano fortemente in affanno come la riforma degli ITS Academy, i progetti sui nuovi linguaggi e sulle competenze digitali e la formazione del personale scolastico. Ambiti cruciali per l’innovazione del sistema educativo, ma anche tra i più complessi da realizzare in tempi rapidi.
Il capitolo più delicato resta quello degli asili nido e delle scuole dell’infanzia; In origine, questa misura rappresentava uno degli investimenti più ambiziosi del PNRR, con 4,6 miliardi di euro destinati alla creazione di nuovi posti con le successive revisioni del Piano hanno le risorse si sono ridotte a meno di 3,8 miliardi e l’obiettivo da 264 mila a 150.480 nuovi posti. A ottobre 2025 risultano approvati 3.777 progetti che, secondo le stime del Governo, consentirebbero comunque di superare quota 183 mila nuovi posti. Ma il dato che preoccupa è un altro: solo circa il 13% dei finanziamenti riguarda progetti conclusi o prossimi alla conclusione, tutto il resto è ancora bloccato nelle fasi più critiche, quelle degli affidamenti e dell’esecuzione dei lavori.
Dal punto di vista geografico, il PNRR per l’istruzione rispetta formalmente l’obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse. Anzi, nel caso dei servizi per la prima infanzia, quasi il 58% dei progetti e oltre la metà dei finanziamenti sono concentrati nel Sud, una scelta coerente con la necessità di colmare divari storici, ma che non risolve il problema dei tempi di attuazione. Molte regioni meridionali presentano ancora oltre il 90% delle risorse legate a progetti non conclusi, segno di difficoltà strutturali nella gestione e nella capacità amministrativa.
Se tutti i progetti venissero completati entro le scadenze, l’impatto potenziale sarebbe rilevante: La copertura nazionale degli asili nido passerebbe da 26,5 a 35,3 posti ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni, superando il target europeo del 33% fissato per il 2027. Tuttavia, questo miglioramento non sarebbe uniforme, i comuni più piccoli, spesso quelli che partivano da una copertura nulla, rischiano di restare sotto gli obiettivi a causa di limiti strutturali di progettazione, gestione e personale.
Il PNRR potrebbe quindi riuscire a ridurre alcune disuguaglianze, ma senza sciogliere i nodi più profondi del sistema educativo italiano. Proprio laddove il bisogno di servizi è maggiore, la macchina amministrativa si muove con maggiore difficoltà: Con il tempo che stringe e le scadenze europee sempre più vicine, la sfida non è più solo spendere, ma spendere bene e in fretta. In gioco non c’è soltanto il rispetto degli impegni presi con Bruxelles, ma la credibilità stessa della capacità dello Stato di investire nel futuro dell’istruzione.
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