In Sicilia il Coronavirus ha determinato, tra il resto, cali di fatturato e diverse chiusure: è quanto confermato dall'Osservatorio economico di Confartigianato Sicilia.

Sono molte le imprese che in Sicilia hanno optato o opteranno per la chiusura, in seguito alla crisi causata dal Coronavirus. Secondo i dati dell’Osservatorio economico Confartigianato Sicilia, nel 2020 sono state circa 4 mila le imprese artigiane costrette a chiudere a fronte di 18mila imprese chiuse in Sicilia e con 8mila occupati in meno al terzo trimestre 2020.
Per il 2020 Svimez prevede per la Sicilia un calo del Pil del -6,9%, mentre per il 2021 è previsto un lieve recupero del +0,7%. Rispetto ai livelli pre crisi Covid-19, il Pil nel 2021 resta sotto di 6,2 punti.
Stando ai dati di Unioncamere-Anpal le micro e piccole imprese siciliane, nonostante le maggiori difficoltà, prevedono il recupero di un livello accettabile di attività entro la prima metà del 2021 nel 38,3% dei casi, ed entro il secondo semestre 2021 nel 61,7% dei casi.
Sul fronte occupazionale, pur essendo ancora attive misure di sostegno come il blocco licenziamenti e gli ammortizzatori sociali, al terzo trimestre del 2020 si contano 1 milione e 364mila occupati, 8mila in meno (-0,6%) rispetto al terzo trimestre del 2019.
Effetti negativi anche sulle nuove assunzioni, che nei primi 9 mesi dell’anno sono scese del 13% rispetto ai primi 9 mesi del 2019. Si contano 85mila avviamenti in meno.
La pandemia ha colpito anche l’export. Nei primi 9 mesi del 2020 la vendita oltre confine dei manufatti “Made in Sicily “ha subito un calo del 23,7%. L’export dei prodotti realizzati nei settori a maggior concentrazione di MPI come moda, legno, mobili, metalli, alimentari e altri prodotti manifatturieri segna invece un -13,2%.
Inoltre, la pandemia ha comportato uno shock al fabbisogno di liquidità delle imprese e lo strumento a cui hanno fatto maggiore ricorso le imprese per soddisfare tale fabbisogno causato dall’emergenza è il debito bancario (34,2%). Gli altri strumenti a cui hanno fatto maggior ricorso sono: attività liquide presenti in bilancio (22,4%), modifica delle condizioni e dei termini di pagamento con i fornitori (22,0%) e ricorso a margini disponibili sulle linee di credito (17,1%). La quota di imprese che non hanno fatto ricorso ad alcuno strumento si attesta al 26,9%.
Gli investimenti sono stati praticamente nulli, ma il Covid-19 ha provocato un effetto traino per la transizione digitale delle imprese. È cambiata, ad esempio, la modalità di vendita e distribuzione. In particolare è cresciuta la quota di imprese che effettuano vendite tramite comunicazione diretta via mail, moduli on-line e/o social network (+14,1 punti), realizzano vendite dirette mediante proprio sito web (+ 10,9 punti), effettuano distribuzione di beni venduti on line con consegne gestite direttamente dall’impresa (+ 7,8 punti).
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