Università, aumentano i fondi ma pagamenti e assunzioni sono a rischio

Aumentati i fondi rispetto all'anno scorso, ma buona parte di essi è vincolata a progetti quali dipartimenti d'eccellenza o apertura di sedi all'estero, mentre la spesa corrente delle università non viene toccata e si rischia di non avere le risorse per pagare i docenti.

Il governo gialloverde ha aumentato i fondi per le università dell’1,7% rispetto all’anno scorso, 113 milioni per la precisione, passando dai 7,327 miliardi del 2018 ai 7,450 attuali, contenuti nel Fondo di finanziamento ordinario (Ffo). La buona notizia fa il paio con lo sblocco delle assunzioni per gli atenei più virtuosi, risalente all’anno scorso, così che pian piano le università potranno ricominciare ad avere più docenti. C’è, tuttavia, un interrogativo ancora non risolto: come poter pagare i nuovi assunti e i professori già in servizio? 

Buona parte dei 110 milioni aggiuntivi sono infatti vincolati all’approvazione di progetti specifici, quali dipartimenti d’eccellenza, piano straordinario per ricercatori RTDb o apertura di sedi all’estero, mentre mancano i fondi per la spesa corrente, con cui si dovrebbero poter pagare gli stipendi. Lo rileva il CUN, il Consiglio Universitario Nazionale, che evidenzia criticità nel Ffo le quali, alla lunga, potrebbero rendere irraggiungibili gli obiettivi preposti.

In particolare, “questo Consesso – si legge in una nota pubblicata dal Cun –  osserva come tale dote di risorse non sia ancora sufficiente per gestire le esigenze del sistema dell’istruzione superiore e della ricerca, così da poterne garantire il corretto funzionamento, anche in un’ottica di comparazione internazionale”. Riflettori puntati soprattutto sui vincoli dei fondi aggiuntivi e sulla distribuzione dei finanziamenti, su cui ci sono seri dubbi.

“Tale andamento – si legge ancora nella nota- pone un serio interrogativo circa la sostenibilità economica prospettica delle missioni istituzionali delle Università, anche tenuto conto dei maggiori oneri conseguenti al positivo superamento del blocco pluriennale delle retribuzioni. Nelle assegnazioni di FFO dal 2016 al 2019, infatti, non vi è traccia di finanziamenti aggiuntivi per sostenere gli oneri legati agli aumenti retributivi del personale che, con incidenza crescente ormai da quattro anni, fanno sentire i loro effetti economici sugli atenei (scatti, classi, adeguamenti ISTAT per docenti e ricercatori, rinnovi contrattuali per il personale tecnico-amministrativo e CEL)”.

Gli effetti economici paventati portano inoltre a una crescente apprensione, che conduce alla stoccata successiva del Cun. “In assenza di un finanziamento dedicato, stabile e progressivo nel tempo, il ritorno del turnover su base nazionale a livelli uguali o superiori al 100%, dopo la forte contrazione del personale dell’ultimo decennio, rischia di essere un obiettivo non raggiungibile da un punto di vista economico-finanziario. Tale dinamica peraltro si accentua alla luce della nuova disciplina del fabbisogno finanziario degli atenei pubblici entrata in vigore nel 2019 e che risulta particolarmente restrittiva per la spesa corrente delle Università”.

La ripartizione delle risorse del Ffo si incrocia, come riporta ilsole24ore, con la nuova programmazione triennale degli atenei firmata da Bussetti. Quest’ultimo decreto indica le linee di indirizzo da applicare per il triennio 2019-2021. Le risorse, che dovrebbero passare a 198 milioni (dai 152 dell’anno scorso) saranno assegnate in seguito alla valutazione fatta da una commissione mista del ministero e dell’Anvur. La raccomandazione ai rettori è quella di non disperderle in mille progetti ma concentrarsi su pochi obiettivi strategici per il sistema universitario.

Inoltre, l’incrocio programmazione triennale-Ffo coinvolge anche la parte di quota premiale non vincolata per legge, 360 milioni annui che verranno ripartiti in base al raggiungimento di obiettivi strategici, come il trasferimento tecnologico e l’apertura di sedi all’estero. Metà delle risorse verrà assegnata sulla base dei livelli di risultato e il restante 50% sulla base dei miglioramenti ottenuti. In questo modo si dovrebbe evitare di penalizzare le università del Sud.

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