Università

Salari più bassi per chi si laurea al Sud: i dati sulle università siciliane

Sono sempre meno incoraggianti i numeri di giovani che abbandonano il Meridione. Negli ultimi anni sono aumentati i numeri degli studenti che hanno scelto di emigrare verso gli atenei del nord, e le statistiche sugli atenei del Sud puntano il dito contro una tendenza che minaccia di diventare una vera e propria tragedia.

Sono sempre di più i ragazzi del Sud che, preso in mano il diploma, decidono di optare per un’università diversa da quelle della propria regione. In altri stati questa tendenza verrebbe considerata del tutto normale: i ragazzi sentono la necessità di conquistare la propria indipendenza e lo fanno attraverso l’università, scegliendo quella che si trova quanto più lontano da casa per poter vivere appieno la vita dei loro coetanei. Succede in Inghilterra, succede in America e nel nord Europa.

I dati parlano chiaro: gli studenti preferiscono laurearsi al nord e l’80% non tornerà mai al sud. E la situazione non sempre ha a che vedere con la voglia di indipendenza che bussa alle porte dell’età adulta.

Tra le ragioni che spingono i nostri giovani a un simile esodo è la sconcertante prospettiva che spetta ai laureati che scelgono di rimanere. Come ha evidenziato l’University Report 2018 di JobPricing, un laureato al sud impiega in media 5 anni per trovare un lavoro. Oltre a non produrre, quindi non pagare tasse, aumenta pure il tempo in cui l’investimento universitario verrà ripagato. 13 anni per un ateneo del nord contro i 20 per l’università di Messina.

Altro boccone amaro per quanto riguarda la retribuzione: si stima che un laureato presso l’Università degli Studi di Catania abbia una retribuzione media di 30.513€ dai 25 ai 34 anni, cifra che vede un leggero aumento nella fascia fino ai 44 anni e che raggiunge un incremento (sulla cifra iniziale) di appena 17.000€, ossia il 55%, entro i 54 anni. Se andiamo a guardare i dati degli atenei del nord notiamo che non solo la retribuzione media iniziale è più alta di almeno 2.000€ (e, per intenderci, questo stacco di solito si nota tra il salario di un diplomato e quello di un laureato), ma l’incremento che si raggiunge entro i 54 anni è dell’87% circa. Il dato rimane comunque insoddisfacente se confrontato con i salari degli altri paesi appartenenti all’area dell’OCSE.

Quindi chi può andare via lo fa, a malincuore ma consapevole del fatto che quell’investimento un giorno darà i suoi frutti.

Possiamo dire che l’allontanamento dei giovani dagli atenei di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria e Basilicata sia da imputare solo a un fattore economico? Per alcuni è l’offerta formativa a fare la differenza. “Facoltà nuova, professori che non avevano mai lavorato assieme, sembrava un po’ disorganizzata”, ci racconta Nicolò, che ha scelto di iscriversi in Psicologia presso l’Università degli Studi di Trieste, sebbene il corso fosse disponibile anche a Catania già da un paio di anni.

Daniele invece, anche lui d’origine catanese, studia Medicina a Milano perché influenzato da quella convinzione tutta meridionale che ti fa dire di tutto ciò che sta al Nord che “è migliore“, a partire dall’organizzazione universitaria fino alla per nulla trascurabile mobilità, grande tallone d’Achille di moltissime città universitarie dal sud fino al centro Italia.

I programmi degli atenei del nord sono spesso più variegati e più accattivanti, con molte più possibilità in termini di tirocini formativi e contatti con le aziende, gli ospedali e gli organi di formazione superiori. E questa ragione non attira solo i neo-diplomati verso il nord: spinge anche chi ha appena conseguito un titolo di studi triennale al sud a spostarsi per concludere il ciclo magistrale. Lo ha sottolineato anche Elisa, catanese e specializzata a Torino che, dopo i tre anni trascorsi a Catania, ha lasciato la Sicilia per il capoluogo piemontese con la voglia di provare un metodo di studi nuovo, che non rischiasse di trasformarsi in una ripetizione di ciò che aveva già fatto negli anni precedenti.

Cosa comporta tutto questo? Una delle più grandi preoccupazioni riguarda i costi dell’istruzione di ogni studente negli anni della scuola dell’obbligo – costi che non potranno essere recuperati nel momento in cui il capitale umano non sarà produttivo nel luogo in cui è stato formato. Ma ciò che dovrebbe far più riflettere è come questa tendenza finirà per allargare sempre di più il divario tra nord e sud, con la visione degli atenei del Mezzogiorno unicamente come “università per poveri”.


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Silvia Di Mauro

Studentessa di lingue, ha fatto della scrittura la sua raison d'être. Dalle recensioni di libri, serie TV e film alla pubblicazione di un libro con lo pseudonimo di Christine Amberpit, si dedica anche alla sceneggiatura e produzione di serie per il web, corti, video musicali e pubblicità.

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