
È morto Totò Riina, capo della mafia siciliana. Si è spento alle 3.37, dopo due interventi e dopo cinque giorni di coma, portando con sé nella tomba diversi segreti.
A cominciare dalla sua cattura sulle quali gravano ombre pesanti: a tratteggiarle sono gli stessi magistrati che dal 2012 lo processano per la cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui il boss avrebbe avuto, almeno inizialmente un ruolo. Sarebbe stato il compaesano, l’amico di una vita, Bernardo Provenzano, più cauto e, dicono i pentiti, contrario frontale all’attacco allo Stato, a venderlo ai carabinieri barattando in cambio l’impunità. Con la morte del padrino restano senza risposte molte domande: sui rapporti mafia e politica, sulla stagione delle stragi, sui cosiddetti delitti eccellenti, sulle trame che avrebbero visto Cosa nostra a braccetto con poteri occulti in una comune strategia della tensione. Riina non ha mai mostrato alcun segno di redenzione. Fino alla fine quando, al processo trattativa, citato dalla Procura è rimasto in silenzio.
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