Categorie: Attualità

OCSE 2017 – I laureati italiani sono pochi e i meno competenti in Europa

Pochi laureati e un basso tasso di competenze: sono i dati del rapporto Ocse 2017 che fanno luce sulla competitività degli italiani in ambito europeo. Buono il Jobs Act e la Buona Scuola, ma non bastano.

Il rapporto Ocse del 2017 sulla “Strategia per le competenze” non ci fornisce dati rassicuranti sulla salute del nostro sistema educativo e, di conseguenza, sul mercato del lavoro. Secondo i dati diffusi dal rapporto, infatti, a laurearsi in Italia sarebbe solo il 20% della popolazione, considerando la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni. Una percentuale bassa che non fa onore al Bel paese, soprattutto in riferimento alla media Ocse che si attesta intorno al 30%.

A questo dato, inoltre, si ricollega e si aggiunge quello che riguarda il tasso di competenze degli italiani, bassissimo in lettura e in matematica. Tra i Paesi Ocse, infatti, l’Italia si colloca al 26simo posto per competenze in lettura e al 29esimo per quanto riguarda quelle in matematica. Inoltre, secondo il rapporto, circa il 6% dei lavoratori possiede competenze basse rispetto alle mansioni svolte e il 21% è sotto qualificato. Il problema è, secondo il segretario generale Ocse Angela Gurria, che “attualmente l’Italia è intrappolata in un low-skills equilibrium, un basso livello di competenze generalizzato” e che “i lavoratori italiani hanno, rispetto a quanto avviene in altri paesi, minori probabilità di utilizzare specifiche competenze cognitive, che sono importanti nella performance dei lavoratori e delle imprese”. Un problema piuttosto serio che si riflette poi sul mercato economico dell’Italia e sulla competitività con gli altri paesi dell’Europa.

I laureati e i lavoratori qualificati, però, non mancano. Anzi, sempre secondo il rapporto, sono moltissimi quelli che possiedono delle competenze in eccesso (circa l’11%) o che sono sovra qualificati (il 18%). Il problema, in questo caso, è che questi ultimi, nel nostro Paese, non vengono valorizzati o impiegati nella maniera giusta. Difatti, il 35% dei lavoratori è occupato in un settore che non ha niente a che vedere con il proprio percorso di studi: un dato lampante che si può riscontrare dando una semplice occhiata agli ultimi rapporti diffusi da Almalaurea.

Bisognerebbe, quindi, trovare un modo per riequilibrare questi due fattori, provando da un lato a rafforzare le competenze attraverso un miglioramento del sistema scolastico; e dall’altro a sfruttare al meglio quelle nuove competenze, impiegando i laureati in  settori affini al proprio corso di studi e dando loro la possibilità di continuare ad arricchirsi dal punto di vista professionale.

Ed è in questa direzione che, secondo Ocse, sembrano essersi mossi gli ultimi governi con una serie di riforme su lavoro (il Jobs Act), istruzione (Buona Scuola) e innovazione (il Piano nazionale scuola digitale e Piano nazionale Industria 4.0); riforme che, come si legge nel rapporto, “vanno nella giusta direzione e hanno il potenziale per generare quelle sinergie e complementarietà tra le politiche di cui il paese ha bisogno per rompere l’attuale equilibrio di bassa produttività e basse competenze”. Si tratta però di strategie di lungo corso e che, nella loro applicazione, stanno trovando non pochi ostacoli pratici come, ad esempio, il perenne e insormontabile divario tra Nord e Sud.

Antonietta Bivona

Giornalista pubblicista e direttrice responsabile della testata giornalistica LiveUnict. Dopo un dottorato conseguito presso l'Università degli Studi di Catania, è ricercatrice in lingua e letteratura francese. Insegna nei corsi di laurea triennale e magistrale del Dipartimento di Studi classici, linguistici e della formazione dell'Università degli Studi di Enna. 📧 a.bivona@liveunict.com

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