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Home Scuola

ISTRUZIONE – Lettera di D’Avenia: storie di ordinaria follia nelle scuole italiane, la ministra risponda

Chiara M. Emma di Chiara M. Emma
16 Marzo 2017
in Scuola
Tempo di lettura: 5 minuti di lettura
Firenze, 10-11-2015.
Il V Convegno Ecclesiale Nazionale.
L'incontro "Come la penso io" sulle 5 vie con Don Mauro Mergola, Valentini Soncini, Vincenzo Morgante, Alessandro D'Avenia e P. Jean Paul Hernandez.
Alessandro D'Avenia.


Foto Agenzia Romano Siciliani/s

Firenze, 10-11-2015. Il V Convegno Ecclesiale Nazionale. L'incontro "Come la penso io" sulle 5 vie con Don Mauro Mergola, Valentini Soncini, Vincenzo Morgante, Alessandro D'Avenia e P. Jean Paul Hernandez. Alessandro D'Avenia. Foto Agenzia Romano Siciliani/s

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ANNUNCIO PUBBLICITARIO

È uno dei professori più amati d’Italia, con i suoi libri ed il suo blog diffonde tra gli studenti la passione per la “Bellezza” e la scuola. Il carismatico “prof 2.0”, Alessandro D’Avenia questa volta assume il ruolo del mediatore e rimette nelle mani della ministra Valeria Fedeli la risposta ad una delle tante e-mail che ogni giorno gli vengono indirizzate.

Studenti delusi dal sistema scolastico, altri amareggiati per dover dire addio prima della fine dell’anno a uno dei pochi professori che sia riuscito a trasmettere la passione per una disciplina. Sono queste alcune delle confidenze che gli alunni della penisola rivelano ad Alessandro D’Avenia. Tante le lettere di lamentela per un sistema scolastico che cede dinnanzi agli scarsi finanziamenti economici, facendo delle sue prime vittime proprio gli studenti, preoccupati per la loro formazione e il loro futuro accademico. Dalle parole di questi alunni emerge il ritratto di una scuola che marca le differenze, innalza muri che impediscono l’accesso alla conoscenza, costringe i professori amanti del proprio mestiere a dover abbandonare gli alunni prima che finisca l’anno e  spesso lascia seduti dietro le cattedre docenti annoiati o incapaci di usufruire di strumenti che possano ravvivare il loro interesse per la didattica.

D’Avena raccoglie queste storie e le riunisce in una lettera la cui risposta, dice il professore, spetta alla ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli.

“Gentilissima Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, le scrivo per farle presente alcune situazioni in cui versa la scuola italiana, situazioni che immagino conoscerà molto bene. Nel suo discorso di insediamento ha affermato che, a motivo della sua storia professionale e politica, si sarebbe battuta per le pari opportunità. Spero quindi che le seguenti testimonianze, ne ho scelte solo due tra le tantissime che ricevo in qualità di insegnante e di scrittore, possano servire da ulteriore sprone per la sua azione politica. 

La nostra Costituzione stabilisce: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».  

 «Caro professore, frequento la quinta superiore, ma devo dirle che sono veramente stanca. La scuola mi ha delusa profondamente! Sono stanca di andare a scuola per girarmi i pollici: molti dei miei professori sono spesso assenti e purtroppo tantissime volte ci ritroviamo in classe senza fare nulla… Sono ben due anni che le cose vanno così. Ogni volta che torno a casa, mi sento demoralizzata e stanchissima. La mia professoressa di italiano non ha voglia di fare nulla. In questi anni, abbiamo saltato gran parte dei programmi. Adesso, a pochi mesi dalla maturità, siamo davvero indietro e abbiamo svolto un solo tema durante tutto il primo quadrimestre. Non ci sentiamo pronti! Il preside si è sempre disinteressato delle nostre continue lamentele, ci ha definiti “polemici” e ha detto che dobbiamo arrangiarci perché ha le mani legate. Ci sentiamo presi in giro… So bene che posso studiare gli argomenti autonomamente, ma avere dei professori che facciano il loro lavoro non è forse un mio diritto? Sono preoccupata per la maturità e perché vorrei continuare gli studi, ma purtroppo a causa delle numerose assenze dei miei insegnanti, ho diverse lacune. Non ce la faccio più, vorrei solo imparare!». 

«Caro professore, io e la mia classe (frequento la quinta di un Istituto Tecnico) siamo in lutto. Ci sta per essere tolto il nostro professore di inglese, uno dei migliori insegnanti che abbia mai avuto. In tre mesi è riuscito a fare un lavoro incredibile con la classe, appassionando alla materia anche chi per l’inglese non è proprio portato. Ha cercato di far emergere le nostre qualità attraverso lezioni coinvolgenti e vicine ai nostri interessi. In questi mesi ho capito che l’inglese non è solo un insieme di regole grammaticali o di pagine da studiare a memoria; ho capito che, se mi impegno, posso raggiungere buoni risultati anche in questa materia. E non sono stata l’unica a migliorare. Durante le lezioni tutti i miei compagni lo ascoltavano senza fiatare e anche i più “turbolenti” della classe intervenivano nel corso della lezione. Pensandoci bene, forse, quello che mi ricorderò per sempre sarà la grande fiducia che questo professore ha avuto in noi, in ciascuno di noi. Purtroppo questa favola pare essere giunta al termine. Un termine che si sapeva, che era stabilito da uno di quei contratti che non tengono conto di noi alunni, che non tengono conto della bravura di un insegnante che, stando così le cose, da domani mattina si ritroverà disoccupato. Fa rabbia pensare che nella scuola ci siano docenti che entrano in classe con venti minuti di ritardo e che passano il resto della lezione a leggere svogliati un libro. E questi professori rimangono ancorati alla loro cattedra nonostante tutto, nonostante si sappia del loro comportamento. Il nostro insegnante di inglese, invece, per restare un altro mese e mezzo, dovrebbe accettare di coprire un piccolo numero di ore che non gli permetterebbero nemmeno di coprire i costi della benzina. Ci ha detto che se fosse per lui, nonostante il discorso economico, sarebbe disposto a tenere la nostra classe ma si creerebbe lo stesso problema a breve e avremmo un’insegnante nuova a pochi mesi dalla Maturità. Inutile dire che tutti, un po’ egoisticamente, lo abbiamo pregato di rimanere perché un insegnante come lui, in Italia, si incontra una volta nella vita ed è molto più prezioso di un voto che sicuramente non rispecchierà il nostro impegno e le nostre conoscenze». 

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Il contenuto di queste lettere denuncia lo stato dell’arte, ma anche le possibili soluzioni. Non si tratta certo di una situazione generale, ma statisticamente rilevante. Le famiglie a volte non reagiscono per stanchezza, a volte per disinteresse, perché spesso neanche le autorità competenti agiscono, dal momento che – come dice bene una delle due lettere – «hanno le mani legate». Perché è così difficile creare un sistema virtuoso in cui possa insegnare chi veramente svolge un servizio di qualità? Perché chi, per le ragioni più varie che non voglio giudicare, non riesce o non vuole più insegnare, non è aiutato a migliorarsi o a rivedere il suo percorso? Perché tantissimi Paesi ci riescono e noi no? Inorridiamo di fronte a dipendenti pubblici che timbrano e poi sono assenti. Perché a scuola non pretendiamo la stessa qualità che chiediamo agli altri funzionari (espressione riduttiva per un insegnante, ma la uso per mantenere il paragone) pubblici? Di esempi virtuosi, come quello del professore di lingue, ce ne sono tantissimi e sono altrettanto rilevanti statisticamente, ma perché non creare le condizioni per portare a sistema gli esempi virtuosi, garantendo ai ragazzi la continuità didattica ed educativa? Queste sono domande che riguardano la politica, perché in questo momento in alcune scuole italiane si va contro i diritti dei cittadini; contro le pari opportunità dei docenti sballottati da cattedre frammentate e spesso lontanissime dalle loro famiglie, e non tutti possono permetterselo; contro la reale ed effettiva possibilità di sviluppo di tutti gli studenti, e non solo di quelli che, per condizioni di partenza più fortunate, possono risolvere autonomamente. Nell’agenda politica attuale quasi nessuno parla di scuola, benché i diritti umani siano uno dei temi più dibattuti al momento. Una persona con la sua storia professionale e politica può fare molto, perché credo ancora, come lei, nel fatto che – in democrazia – le cariche siano al servizio del bene dei cittadini. La ringrazio per l’attenzione, non risponda a me, ma ai ragazzi. “

Tags: Alessandro D'Aveniaministro istruzioneMinistro Valeria Fedelimodello scolasticoqualità ricerca scientificascuola

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