A seguito della pubblicazione dei tanto discussi dati di Almalaurea riguardo lo status professionale dei laureati in farmacia, sono stati moltissimi i laureati che si sono sentiti tutt’altro che rappresentati da quellle statistiche. Del resto, quando si parla del mercato del lavoro in Italia, i dati corrispondenti a praticamente qualunque settore, appaiono spesso ai diretti interessati delle ricerche se non sospetti, perlomeno abbastanza strani e poco aderenti alla loro esperienza diretta.


Ma provando, per un attimo, a dimenticare le statistiche, vogliamo porci nuovamente la fatidica domanda: laurearsi in farmacia e CTF conviene? Stavolta, però, allarghiamo un po’ le nostre vedute, e concentriamoci sugli sbocchi professionali realmente esistenti dopo aver conseguito il titolo.

Cominciamo dall’Italia.
Nonostante le numerose e diversificate carriere lavorative professate dagli atenei, a conti fatti, in Italia, i laureati in farmacia e CTF hanno di fronte a loro una manciata di strade:

  • diventare dei collaboratori in farmacia, con tutto ciò che ne consegue;
  • diventare essi stessi titolari di farmacia o parafarmacia, se si dispone in famiglia di un’attività già avviata, o se si disponde delle risorse necessarie ad avviarne una;
  • intraprendere la carriera dell’informatore medico-scientifico, sempre più bistrattata negli ultimi anni ed accessibile anche con una laurea più breve, ossia quella in ISF;
  • proseguire gli studi e, con un po’ di fortuna ed ulteriori sacrifici, riuscire ad entrare in una scuola di specializzazione in farmacia ospedaliera, con l’obiettivo di lavorare nella sanità pubblica.

Per quanto riguarda le opportunità presso le aziende, in Italia esse sono abbastanza rare, leggerissimamente più frequenti per i laureati in CTF rispetto a quelli in farmacia. A  completare questo scenario c’è lo status sociale e lavorativo del farmacista, ruolo che può dirsi praticamente immutato negli anni, ma addirittura svalutato e ritenuto meno necessario di quanto si credesse un tempo.


Ma la situazione è identica anche al di fuori del territorio nazionale?
Non proprio. USA, Inghilterra e Canada, ad esempio hanno scoperto che con un periodo di formazione da sei mesi ad un anno anche un farmacista può effettuare le prescrizioni di alcuni farmaci, facendo risparmiare cifre considerevoli alla sanità, permettendo l’impiego dell’esubero di laureati anche al di fuori del saturo mercato delle farmacie, e dando maggiore responsabilità e dignità a quella che è e rimane una figura sanitaria basilare. Ecco perché hanno introdotto il Pharmacist Prescriber, farmacista prescrittore, un ruolo che probabilmente costituirà il futuro della professione. Un futuro abbastanza imprecisato in Italia, ma sempre più reale nelle altre nazioni, e, quindi, una nuova prospettiva di carriera da considerare seriamente, vista la ricerca costante di queste figure e gli stipendi di tutto rispetto.
Anche il lavoro in farmacia, fuori dall’Italia, segue binari diversi. La farmacia italiana, infatti, chiusa nella sua incapacità di distaccarsi completamente dal passato, non può di certo dirsi paragonabile alle grosse catene di farmacie che esistono all’estero, in particolare in UK. In realtà di questo tipo, molto più ampie e prolifiche, sono necessari farmacisti di reparto, nonché farmacisti responsabili dell’intero punto vendita che, pur non essendone i proprietari, esercitano un ruolo manageriale. Ruoli manageriali sono anche quelli dirigenziali ricercati dalle grosse aziende, che in Italia non sono tantissime; queste possibilità di carriera e di crescita sono accessibili anche ma non solo ai laureati in Farmacia e CTF, e ne è un esempio il ruolo di marketing Manager.
Proseguendo la panoramica, in alcune nazioni si può addirittura pensare di vivere facendo ricerca, ma, in alternativa, la giusta specializzazione tramite un master, e quindi previo investimento di denaro in formazione, permette, sempre nelle aziende, di operare nella farmacovigilanza, nelle vendite ed in molti altri settori.

Si tratta, ovviamente, non di certezze assolute, ma di possibilità realizzabili. Lavorare all’estero non è tutto rose e fiori: bisogna procedere alla conversione dei titoli, ambientarsi, mantenersi, lavorare molto, combattere la lontananza da casa, senza poi, magari, ottenere i risultati sperati. Ed è anche vero che queste possibilità possono apparire improbabili, se non impossibili, agli occhi di un neolaureato o uno studente prossimo alla laurea in farmacia e CTF proveniente da un ateneo italiano, specialmente da uno del Sud. Ma in un mercato ed un mondo del lavoro che desiderano insistentemente flessibilità, mobilità e capacità di adattamento, forse è anche vero che l’idea di tener pronti i bagagli e lasciare il nido senza troppi rimorsi prima che la vita ci sfugga di mano deve essere necessariamente anch’essa una possibilità da contemplare.

Daniele Di Stefano

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