Lavoro: «È Laureato?» «Sì» «Le faremo sapere»

Ebbene sì. Capita. È capitato e probabilmente capiterà. Nell’era in cui tutti (o quasi) stringono tra le mani una pergamena di Laurea, il titolo di studio più ambito degli studenti in realtà per tantissime aziende di fama mondiale in cerca di nuovo personale rappresenta un ostacolo nell’assunzione. «Vogliamo dare spazio ai meno titolati» si giustificano i responsabili delle risorse umane. Che quindi oggi un diplomato abbia molte più opportunità rispetto ad un dottore in qualsiasi disciplina?

Dalle chiacchiere ci spostiamo ai fatti. Le nostre testimonianze arrivano da alcuni dei marchi più famosi al mondo.

Francesca, laureata in scienze infermieristiche a Catania ed appassionata di moda nonostante i due anni trascorsi in una casa di cura (sottopagata, sfruttata e umiliata racconta), ha deciso un giorno di guardare più in là del suo titolo di laurea. Da qui l’idea di candidarsi alla ben nota azienda estera d’arredamento low cost. «Dopo circa cinque incontri selettivi, uno più tremendo dell’altro – riferisce – noi candidati siamo stati sottoposti a test davvero strambi in location diverse». Quiz di logica, indovinelli da risolvere, temi da scrivere, problematiche a cui porre rimedio nel più breve tempo possibile. «Dopo vari incontri nel corso dei quali notavo il dimezzamento dei candidati, tutti dottori come me in varie discipline, mi è stata richiesta la compilazione di un modulo con tutti i dati personali, mi hanno richiesto insomma i documenti personali, lo stato di famiglia e una mia foto tessera. “Ce l’ho fatta”, pensai. E invece no. Una volta presentata all’ultimo step, una sorta di ennesimo colloquio orale, i responsabili mi fecero ben intuire che essendo laureata avrei rubato il posto ai giovani diplomati senza occupazione. Restai in contatto con alcuni dei superstiti: un dottore in giurisprudenza, uno in lettere ed un laureando in economia, nessuno di loro fu più richiamato. Mi sembra quindi scontato che il posto sia andato ad uno dei due giovanissimi candidati appena ventenni che presenziavano senza troppe pretese agli incontri».
La spiegazione dell’esperto. Un laureato potrebbe “tradire” l’azienda non inerente al titolo di studio conseguito qualora arrivasse una telefonata di lavoro importante. «Per questo si preferisce assumere personale con un titolo di studio di media importanza, si ha insomma un garanzia in più dell’affezione del candidato al posto di lavoro».

Ma Francesca non è sola. Una simile testimonianza potrebbe raccontarla anche Giulio, uno dei centodue richiamati dai responsabili di una catena di fast food di nuova apertura a Catania che dopo essersi proposto online insieme ad altri circa 15mila candidati, (i posti in quell’occasione messi a disposizione dall’azienda erano soltanto dieci) rimase sbalordito dei suoi aspiranti colleghi. «Scambiai due parole con alcuni dei ragazzi richiamati come me, erano l’unico laureato e questo mi lasciò senza parole. Ero circondato da ragazzini di 18 massimo 21anni, con diploma, mia sorella, anche lei laureata e tantissimi miei amici, laureati, avevano inoltrato la candidatura online come me ma non furono ritenuti idonei. Per me quello fu l‘ultimo step, non fui più ricontatto».

Se siano soltanto coincidenze o no lasciamo al lettore giudicarlo. Ma se la cronaca di recente ha raccontato storie di giovani falsi dottori che si sono inventati una laurea nella speranza di far contenta la famiglia e magari ottenere un posto di lavoro, alla luce dei retroscena raccontati nessuno si stupirà più se da domani qualcuno di noi per sbaglio dimenticherà di inserire nel proprio curriculum vitae alla voce “istruzione” la parola Laurea.

Federica Campilongo

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Federica Campilongo

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