
Gli adolescenti, si sa, sono per gli adulti fonte di preoccupazione e ansia. Se negli anni ’70 i nostri nonni temevano che i figli fumassero qualche spinello, la nuova frontiera della dipendenza è costituita dal vamping. Per quanto il termine possa ricordare i vampiri di Twilight o di film affini che tanto vanno di moda, non è una dipendenza dal film dell’orrore, o chissà quale macabra mania, per fortuna.
Il vamping è il termine con cui si indica l’abitudine degli adolescenti di passare notti insonni al computer, chattando su Facebook, divorando serie televisive, fino alle prime luci dell’alba, appunto come vampiri, con ovvi danni alla salute dei ragazzi, che si ritrovano stanchi, affaticati; nei casi più gravi si sono manifestati anche fenomeni di allucinazioni.
Il dato sconcertante è che i primi ad accorgersi del malessere dei ragazzi sono gli insegnanti, sgomenti di fronte ai loro alunni che dormono sui banchi; solo dopo la segnalazione da parte delle istituzioni scolastiche, i genitori si rendono effettivamente conto di quanto accada ai loro figli. Ancora una volta, quindi, la famiglia si rivela il punto debole di questi ragazzi, che forse caricati di una maturità che non gli compete, non vengono minimamente osservati dai genitori, nelle loro abitudini e nei loro cambiamenti; molti genitori infatti hanno dichiarato di ignorare che i figli passassero le loro notti insonni davanti ad uno schermo. La pedagogia della televisione che vedeva i bambini abbandonati davanti allo schermo, prosegue quindi nell’adolescIenza con i social media e lo streaming tv.
Dal canto loro i ragazzi hanno definito il vamping una necessità; schiacciati infatti dai doveri scolastici e dai molteplici impegni extrascolastici che li vedono protagonisti non hanno altro tempo se non la notte per coltivare altri interessi, e le loro relazioni sociali che neanche a dirlo stanno diventando sempre più cyber.
A proposito di questo, molti ragazzi non si rendono conto dei danni indotti dalla carenza di sonno, e per loro il vamping costituisce un ulteriore segno di appartenenza al branco; numerosi infatti sono gli hashtag, i post, i tweet che testimoniano le notti insonni dei nostri giovanissimi. Se prima il branco si riuniva nelle piazze, oggi la piazza è Facebook.
Tuttavia non si tratta di demonizzazione dei social, o di a salvare questi ragazzi, ma di interrogarsi, perché ogni cattiva abitudine che i giovanissimi assumono, ogni dipendenza che scoprono e che sfugge agli occhi degli adulti, deve risuonare come un eco che interroga genitori e società su un mondo che pare inghiottire sempre di più i ragazzi nella solitudine della loro stanza, con tutto quello di cui hanno bisogno solo a portata di un click.
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