Ci sono storie che non finiscono quando cala il silenzio. Restano nelle strade, nei racconti tramandati a mezza voce, nella memoria di chi c’era e soprattutto in quella di chi, anni dopo, prova ancora a capire come sia stato possibile che quattro ragazzini potessero sparire senza che nessuno parlasse. È la storia di Giovanni La Greca, Lorenzo Pace, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro, i quattro “Picciriddi” di San Cristoforo scomparsi il 7 luglio 1976, quando avevano tra i 13 e i 15 anni.
Cinquant’anni dopo, quella vicenda torna al centro dell’attenzione nazionale con la puntata di Cose Nostre in onda questa sera, 21 settembre, su Rai 1 alle 23:40, dedicata proprio ai quattro adolescenti e al muro di omertà che per anni ha avvolto la loro sorte. Il programma ricostruisce una storia rimasta a lungo senza una verità giudiziaria definitiva, attraverso le testimonianze e gli approfondimenti di chi ha continuato a studiare quella pagina della storia criminale catanese.
Non è soltanto un cold case. È una storia che racconta una città, un quartiere e un’epoca nella quale la mafia poteva esercitare il proprio potere anche sulla vita dei più giovani. Ed è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, pronunciare quei quattro nomi significa interrogarsi non soltanto su ciò che accadde allora, ma anche su ciò che una comunità può fare per impedire che l’indifferenza torni a diventare complice.
Il 7 luglio 1976 e quel silenzio diventato parte della storia
Giovanni, Lorenzo, Riccardo e Benedetto vivevano a San Cristoforo, quartiere popolare di Catania. Il 7 luglio del 1976 scomparvero. La loro storia sarebbe rimasta per anni avvolta nel mistero, fino alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino “Nino” Calderone, rese negli anni successivi e confluite anche nelle attività investigative legate al giudice Giovanni Falcone. Secondo la ricostruzione attribuita a Calderone, i quattro ragazzi sarebbero stati puniti perché ritenuti responsabili di uno scippo ai danni della madre di Nitto Santapaola. Le dichiarazioni riferiscono di un rapimento, dell’uccisione dei ragazzi e dell’occultamento dei loro corpi in un pozzo nel territorio di Mazzarino. La ricostruzione è stata ripresa negli anni da diverse fonti e costituisce il cuore della vicenda raccontata anche dalla puntata di Cose Nostre.
Ma proprio qui è necessario fermarsi davanti a una distinzione fondamentale: la ricostruzione storica e investigativa non coincide con una verità processuale definitiva. Le dichiarazioni di Calderone non portarono a una condanna definitiva per gli omicidi dei quattro ragazzi. È una precisazione importante, soprattutto quando si racconta una vicenda così drammatica: la memoria può conservare una storia e tramandarne il significato civile, mentre il diritto richiede prove e responsabilità accertate secondo le regole del processo.
Ed è forse proprio questa distanza tra ciò che si racconta e ciò che è stato definitivamente accertato in tribunale a rendere ancora più dolorosa la vicenda. Quattro ragazzi scompaiono. Per anni, il silenzio prevale. Poi arriva una testimonianza che squarcia quel silenzio, ma non basta a chiudere definitivamente il cerchio giudiziario.
“Siamo Solo Picciriddi”: quando il ricordo esce dalla cronaca
A cinquant’anni di distanza, Catania ha scelto di non lasciare quella memoria confinata negli archivi, nei vecchi articoli di giornale o nei racconti giudiziari. Il 7 luglio 2026, nel giorno del cinquantesimo anniversario della tragedia, alla Città dei Ragazzi di via Gramignani, nel cuore di San Cristoforo, è stato inaugurato il murale “Siamo Solo Picciriddi”, dedicato a Giovanni, Lorenzo, Riccardo e Benedetto. L’opera nasce all’interno di un percorso di partecipazione che mette insieme memoria, educazione e territorio. Il progetto è stato collegato alla giornata “Memoria che diventa Responsabilità” e al lavoro del Patto Educativo Territoriale e di Sviluppo Sociale della Comunità di San Cristoforo, con l’obiettivo di trasformare il ricordo dei quattro ragazzi in una riflessione concreta sulla crescita dei minori, sulla dispersione scolastica e sulla povertà educativa.
Il significato del murale sta proprio nel suo essere molto più di una semplice opera commemorativa.Le quattro figure rappresentate richiamano quattro infanzie spezzate, ma allo stesso tempo guardano verso un quartiere che vuole raccontarsi attraverso un’altra immagine: non soltanto quella della criminalità e del disagio, ma anche quella delle associazioni, delle scuole, degli educatori, degli artisti e delle famiglie che provano quotidianamente a costruire alternative.
È un passaggio importante: la memoria non viene utilizzata per cristallizzare San Cristoforo nel suo passato, ma per parlare del suo futuro. I quattro “Picciriddi” non diventano soltanto vittime da commemorare una volta all’anno.Diventano un monito permanente sulla necessità di non lasciare soli i bambini e gli adolescenti nei luoghi in cui la marginalità può diventare terreno fertile per la criminalità.
Dai vicoli di San Cristoforo alla televisione: perché questa storia parla ancora al presente
La puntata di Cose Nostre arriva dunque in un momento particolarmente significativo.A cinquant’anni dalla scomparsa dei quattro ragazzi, la televisione riporta quella storia davanti a un pubblico che forse conosce i loro nomi, ma non necessariamente il contesto nel quale maturò la tragedia. La trasmissione annuncia interviste al procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita e ai giornalisti Graziella Proto e Salvatore Scalia, oltre alla ricostruzione della vicenda e del muro di omertà che la circondò.
Il punto più inquietante non è soltanto la violenza subita dai quattro ragazzi. È il silenzio che seguì alla loro scomparsa. Una comunità intera si trovò a fare i conti con un potere criminale capace di trasformare la paura in regola sociale.Ed è questo uno degli elementi che rendono la storia dei “Picciriddi” ancora attuale: la mafia non vive soltanto delle azioni dei suoi uomini, ma anche dello spazio che la paura, l’indifferenza e l’omertà riescono a lasciarle.
Per questo il racconto televisivo si intreccia oggi con quello del murale. Da una parte ci sono le domande ancora aperte su una vicenda giudiziaria che non ha avuto una conclusione processuale completa; dall’altra c’è una comunità che ha deciso di dare ai quattro ragazzi un posto visibile nello spazio pubblico. Sono due modi diversi di confrontarsi con lo stesso passato: cercare di ricostruire ciò che accadde e, contemporaneamente, fare in modo che quella memoria produca una responsabilità nel presente.
Quattro ragazzi che non devono diventare soltanto una storia del passato
La forza della vicenda dei “4 Picciriddi” sta forse tutta qui: non permettere che Giovanni, Lorenzo, Riccardo e Benedetto diventino soltanto quattro nomi dentro una cronaca di cinquant’anni fa. La loro storia continua a essere ricordata anche nell’ambito delle iniziative dedicate alle vittime innocenti delle mafie e, nel 2026, il cinquantesimo anniversario ha riportato con forza la loro memoria nello spazio pubblico catanese.
Quattro figure dipinte su un muro restituiscono alla città quattro volti che la violenza aveva cercato di cancellare.E mentre questa sera la loro storia torna nelle case degli italiani attraverso Cose Nostre, Catania prova a fare qualcosa di diverso: non limitarsi a ricordare ciò che è accaduto, ma decidere che cosa farne. “Siamo Solo Picciriddi” dice il titolo del murale. Ed è forse questa la frase più semplice e più potente per raccontare la vicenda: prima delle etichette, prima delle ricostruzioni criminali, prima delle carte giudiziarie, c’erano quattro ragazzi. Quattro bambini cresciuti in un quartiere difficile. Quattro vite che avrebbero dovuto avere un futuro. E quattro nomi che, a cinquant’anni di distanza, Catania continua a pronunciare perché il silenzio non abbia l’ultima parola.












