Ore decisive e di altissima tensione per il futuro del governo regionale e per la stessa legislatura all’Assemblea Regionale Siciliana. La spaccatura ormai aperta tra il governatore Renato Schifani e il commissario regionale di Forza Italia Nino Minardo ha fatto superare la soglia di guardia, spingendo il presidente della Regione a valutare l’ipotesi di dimissioni anticipate, con il conseguente scioglimento dell’Ars e il ritorno alle urne.
A far esplodere la crisi sono state le dichiarazioni di Minardo, che ha evidenziato la necessità di aprire «una nuova fase politica» per Forza Italia nell’Isola: parole recepite a Palazzo d’Orleans come un chiaro altolà alla ricandidatura di Schifani. Dopo una telefonata senza esito tra i due, il governatore ha preso atto della posizione del partito e, prima di riunire nel tardo pomeriggio il suo staff e i deputati regionali azzurri a lui più vicini, ha dichiarato: «Sto valutando, con senso di responsabilità , le decisioni da assumere, che comunicherò a breve».
La telefonata di fuoco con Tajani e il nodo nazionale
A tarda sera si è consumato un colloquio telefonico dai toni molto duri tra Schifani e il segretario nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani. Il presidente della Regione ha espresso profondo disappunto sia nel merito sia nel metodo per l’uscita di Minardo, ricordando al leader del partito quando nel 2022 fu lo stesso Silvio Berlusconi a chiedergli di scendere in campo per la Sicilia.
La linea di Roma, tuttavia, ha subito una forte frenata rispetto all’ipotesi di un secondo mandato, spinta dal timore per i possibili risvolti politici del caso giudiziario che coinvolge Gaetano Armao.
L’inchiesta su Armao e lo scenario del voto ad aprile
Sulla decisione dei vertici nazionali pesa l’indagine della Procura di Palermo guidata da Maurizio de Lucia. Armao – ex vicepresidente della Regione, ex presidente della CTS per i pareri sulle imprese energetiche e fino a poche settimane fa consulente giuridico di Schifani – è infatti destinatario di una richiesta di arresto per l’ipotesi di reato di corruzione.
Mentre da Roma si cerca di mediare per un’uscita concordata che consenta a Schifani un rientro al Senato, il governatore appare intenzionato a non cedere. Sullo sfondo si delineano già i possibili nomi per la successione a Palazzo d’Orleans – tra cui lo stesso Nino Minardo o il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè – con l’ipotesi concreta di un voto anticipato già nel mese di aprile.












