Categorie: Attualità

Garlasco, 19 anni dopo la verità è ancora da scoprire

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco resta aperto: la condanna di Stasi, Sempio e i nuovi accertamenti

Diciannove anni dopo, al centro dovrebbe esserci ancora Chiara. Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi aveva 26 anni. Diciannove anni dopo, il suo nome continua a essere legato a uno dei casi giudiziari più discussi della cronaca italiana, ma la famiglia ha scelto per questo anniversario una strada diversa da quella del clamore mediatico: ricordarla in silenzio. È un dettaglio tutt’altro che marginale in una vicenda nella quale, nel corso degli anni, alle indagini, ai processi e alle perizie si è affiancata un’enorme esposizione pubblica.

Oggi, però, il punto giudiziario è nuovamente delicato: Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni, mentre Andrea Sempio è al centro di una nuova indagine che la Procura di Pavia ha riaperto dopo l’archiviazione del 2017. Le indagini preliminari sono state prorogate fino al 28 settembre 2026, mentre gli inquirenti stanno completando ulteriori approfondimenti. Il rischio, in un caso così lungo e complesso, è confondere ciò che è stato definitivamente accertato nei processi con ciò che appartiene invece alle nuove ipotesi investigative. Ed è proprio questa distinzione che permette di raccontare Garlasco senza trasformare ogni nuovo elemento in una sentenza anticipata.

Dalla villetta di via Pascoli alla condanna definitiva di Stasi

Quel 13 agosto del 2007 la tragedia si consumò nella villetta di famiglia di Chiara, a Garlasco. Il suo fidanzato Alberto Stasi, allora 24enne, diede l’allarme dopo aver raccontato di aver trovato il corpo della ragazza. L’indagine si concentrò rapidamente anche su di lui, ma il percorso giudiziario fu tutt’altro che lineare: Stasi venne assolto in primo grado nel 2009 e nuovamente in appello nel 2011, prima che la Cassazione annullasse la seconda assoluzione e disponesse un nuovo processo. Nel 2014 arrivò la condanna a 16 anni, confermata definitivamente dalla Cassazione nel dicembre 2015. La responsabilità penale di Stasi, dunque, non è una semplice ipotesi giornalistica: è l’esito di una sentenza definitiva.

Il processo valutò complessivamente diversi elementi, dalla ricostruzione dell’alibi alle tracce presenti nella villetta, fino agli accertamenti sulle scarpe, sulle biciclette e sulle impronte. Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, racconta l’intera storia: fu la loro valutazione complessiva a sostenere la decisione giudiziaria. L’arma del delitto, invece, non è stata individuata con certezza. Stasi ha continuato a sostenere la propria innocenza e, dopo aver ottenuto nel 2025 l’affidamento in prova ai servizi sociali, si avvicina alla conclusione della pena.

Parallelamente, la sua difesa valuta una possibile richiesta di revisione, un procedimento straordinario che richiede presupposti e prove nuovi e non può essere considerato un automatico riaprirsi del processo. È questo il primo punto fermo da cui partire per comprendere ciò che sta accadendo oggi: la nuova indagine su Sempio non cancella la condanna definitiva di Stasi, così come eventuali nuovi elementi dovranno essere sottoposti alle verifiche e alle valutazioni previste dalla giustizia.

Sempio, il Dna e l’impronta: cosa è davvero emerso

Il secondo capitolo comincia con un nome già comparso nelle indagini originarie: Andrea Sempio, all’epoca 19enne e amico di Marco Poggi, fratello di Chiara. Sempio era stato indagato e poi il procedimento nei suoi confronti era stato archiviato nel 2017. Anni dopo, il suo nome è tornato nel fascicolo della Procura di Pavia, questa volta alla luce di nuovi accertamenti su reperti e tracce già analizzati. Uno dei punti più discussi riguarda il materiale genetico maschile rinvenuto sotto le unghie di Chiara: una perizia ha rilevato una compatibilità con la linea genetica maschile della famiglia Sempio, ma questo dato non equivale all’identificazione di Andrea Sempio e, soprattutto, non stabilisce da solo quando né come quel materiale sia arrivato lì.

Anche la cosiddetta “impronta 33”, una traccia palmare rilevata sulla parete delle scale della villetta e attribuita dalla consulenza della Procura a Sempio, è oggetto di contestazione da parte della difesa. Il reperto originale, inoltre, non è più disponibile e le verifiche successive si sono basate sulla documentazione fotografica. Sono proprio questi dettagli a mostrare quanto sia necessario mantenere una distinzione tra indizio, interpretazione investigativa e prova processuale.

La Procura ha costruito una nuova ipotesi accusatoria anche attorno all’orario della morte, alle conversazioni di Sempio e allo scontrino di un parcheggio di Vigevano, elementi che vengono letti dagli inquirenti in un determinato quadro ricostruttivo, ma che la difesa interpreta diversamente. Nel maggio 2026 la Procura ha notificato a Sempio l’avviso di conclusione delle indagini, ipotizzando che sia stato lui a uccidere Chiara; successivamente, però, sono stati disposti ulteriori accertamenti anche alla luce delle consulenze depositate dalla difesa.

Il 28 settembre è la prossima data chiave

La vicenda, dunque, non è arrivata a una nuova sentenza: è ancora dentro una fase investigativa. La Procura di Pavia ha deciso di utilizzare il tempo residuo delle indagini per approfondire alcuni aspetti contestati o rimessi in discussione dalla difesa. La scadenza indicata è il 28 settembre 2026, data entro la quale gli ulteriori accertamenti dovranno trovare posto nel quadro dell’inchiesta.

Tra le attività disposte figura anche una consulenza psichiatrica su Sempio, affidata al professor Roberto Catanesi, destinata a verificare eventuali condizioni patologiche rilevanti per la capacità di intendere e di volere e, più in generale, gli aspetti richiesti dalla Procura. Ma il vero nodo resta quello probatorio: capire quanto i nuovi elementi siano solidi, autonomi e realmente capaci di collegare Sempio all’omicidio. È una domanda molto diversa da quella, inevitabilmente più semplice e immediata, che domina il dibattito pubblico: “Chi è stato?”. 

La giustizia deve rispondere attraverso un percorso fatto di verifiche, contraddittorio e valutazioni giudiziarie. Il 28 settembre potrà quindi rappresentare un passaggio importante, ma non necessariamente la parola fine. Potrà arrivare una richiesta di rinvio a giudizio, una diversa decisione della Procura o ulteriori sviluppi processuali; saranno gli atti e le successive decisioni giudiziarie a stabilire quale direzione prenderà il caso.

Tra una condanna definitiva e una nuova accusa, la cautela è d’obbligo

Diciannove anni dopo, Garlasco resta quindi un caso nel quale convivono una verità giudiziaria già consolidata e una nuova ipotesi investigativa ancora da verificare. Da una parte c’è Stasi, condannato definitivamente per l’omicidio di Chiara e oggi vicino alla conclusione della pena; dall’altra c’è Sempio, che è indagato e nei cui confronti la Procura ha formulato una pesante ipotesi accusatoria, ma che non è stato condannato per questo delitto. In mezzo ci sono reperti vecchi e nuovi, consulenze scientifiche, interpretazioni differenti e una lunga sequenza di accertamenti che dovranno essere sottoposti al vaglio della giustizia.

È proprio questa complessità a rendere necessario un racconto rigoroso: un Dna compatibile non è automaticamente una prova di omicidio, un’impronta contestata non equivale a una condanna e un’ipotesi della Procura non coincide con una verità giudiziaria. Mentre gli investigatori lavorano per ricostruire ciò che accadde quella mattina del 13 agosto 2007, la famiglia Poggi ha scelto oggi di sottrarsi al rumore e di ricordare Chiara privatamente.

Forse è il modo più semplice per riportare il caso al suo punto essenziale: dietro 19 anni di processi, perizie e titoli di giornale c’è una ragazza di 26 anni che quella mattina non è più tornata a casa. E la ricerca della verità, proprio per essere credibile, deve continuare a distinguere ciò che si sa da ciò che ancora si deve dimostrare.

Dalila Battaglia

Studentessa di Giurisprudenza con la penna affilata e uno sguardo curioso sul mondo. Unendo la passione del diritto alla scrittura giornalistica, crede che la giustizia sia la chiave per un futuro più equo, dove le leggi siano strumenti di cambiamento e protezione, e non di esclusione.

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Dalila Battaglia

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