Beni confiscati, a Unict la sfida contro le mafie

A Unict confronto su beni confiscati e legalità: “Da simboli mafiosi a presìdi di democrazia, inclusione e riscatto sociale”.

Da luoghi del potere mafioso a spazi di democrazia, inclusione e partecipazione collettiva. È questo il messaggio emerso dal seminario “Dall’agire criminale all’agire sociale: il valore pubblico dei beni sequestrati o confiscati a trent’anni dalla legge 109/96”, ospitato nell’aula magna del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania. A trent’anni dalla storica legge che ha introdotto il riutilizzo pubblico e sociale dei patrimoni confiscati alle mafie, il confronto tra magistratura, istituzioni, università e Terzo Settore ha acceso i riflettori sul valore simbolico e concreto di questi beni, ma anche sulle difficoltà che ancora rallentano il loro pieno recupero.

Dai patrimoni mafiosi ai laboratori di cittadinanza

Nel corso del seminario è emersa con forza una convinzione condivisa: i beni confiscati non rappresentano semplicemente immobili sottratti alla criminalità organizzata, ma strumenti capaci di generare trasformazione sociale. Ville, terreni, aziende e strutture un tempo simboli del dominio mafioso possono diventare spazi di inclusione, cultura, lavoro legale e partecipazione democratica.

A sottolinearlo è stato Carlo Colloca, docente del Dipartimento e curatore dell’iniziativa, che ha evidenziato il valore della collaborazione tra istituzioni e Terzo Settore. Secondo il docente, i beni confiscati possono diventare vere occasioni di rigenerazione urbana integrata, non soltanto sul piano fisico e ambientale, ma anche dal punto di vista sociale ed economico. L’incontro, inserito nelle attività dell’Osservatorio Metropolitano per la prevenzione e il contrasto delle povertà educative, ha voluto offrire agli studenti una riflessione concreta sul ruolo sociale della legalità e sul futuro delle politiche di inclusione.

La legge 109/96 e il valore simbolico della restituzione

Tra i temi centrali del dibattito, il valore storico della legge 109 del 1996, che ha segnato una svolta decisiva nel contrasto alle mafie. Il prefetto di Catania Pietro Signoriello ha ripercorso le tappe fondamentali della legislazione antimafia italiana, dalla legge Rognoni-La Torre fino alla normativa che ha introdotto il riutilizzo sociale dei beni confiscati.

Secondo Signoriello, il vero cambiamento culturale consiste nell’aver trasformato patrimoni criminali in strumenti al servizio della collettività. Scuole, cooperative sociali, caserme e centri di aggregazione sorti all’interno di beni confiscati rappresentano oggi un simbolo concreto della capacità dello Stato di sottrarre potere alle organizzazioni mafiose. Tuttavia il prefetto ha anche evidenziato il forte squilibrio territoriale che continua a gravare sul Mezzogiorno: dei 3.422 beni aziendali confiscati definitivamente in Italia a fine 2024, oltre mille si trovano in Sicilia, confermando quanto il fenomeno mafioso continui a incidere profondamente sul territorio.

Il ruolo dell’università e del Terzo Settore

Grande attenzione è stata dedicata anche al ruolo dell’Università di Catania e del Terzo Settore nel processo di recupero dei beni confiscati. La professoressa Margherita Ferrante ha ricordato come l’ateneo catanese sia l’unico, da Napoli in giù, ad aver istituito un insegnamento dedicato all’analisi e al contrasto della criminalità organizzata. Un segnale forte dell’impegno dell’università nel promuovere cultura della legalità e responsabilità sociale.

Ferrante ha inoltre sottolineato la necessità di rafforzare la collaborazione tra università, Agenzia nazionale dei beni confiscati e realtà associative del territorio. L’obiettivo è trasformare la ricerca scientifica in azioni concrete di sviluppo locale e inclusione sociale. Sulla stessa linea anche la professoressa Cettina Laudani, che ha definito il riutilizzo sociale dei beni confiscati una pratica dal forte valore costituzionale, capace di restituire alla collettività luoghi un tempo dominati dalla violenza mafiosa. Per la docente, le associazioni e le cooperative rappresentano autentiche “palestre di democrazia”, fondamentali per ricostruire legami sociali e fiducia soprattutto tra i giovani.

Le criticità: burocrazia, costi e beni abbandonati

Accanto ai risultati raggiunti, il seminario ha però evidenziato anche le numerose criticità che continuano a ostacolare il pieno recupero dei patrimoni confiscati. Tra i problemi principali vi sono i lunghi tempi burocratici che separano il sequestro dall’effettiva restituzione alla comunità, oltre alle difficoltà economiche che il Terzo Settore incontra nella gestione e ristrutturazione degli immobili.

Molti beni vengono infatti assegnati in condizioni di forte degrado e richiedono investimenti ingenti che associazioni e cooperative spesso non riescono a sostenere autonomamente. È proprio questo il punto su cui si è concentrato l’intervento finale della coordinatrice Laplena, che ha definito insufficiente il numero delle cooperative sociali attualmente impegnate nella gestione dei beni confiscati rispetto al totale degli immobili disponibili.

Secondo la coordinatrice, le norme esistono già, ma senza risorse adeguate, semplificazione amministrativa e una visione strategica condivisa il rischio è quello di lasciare spazi vuoti che possono nuovamente essere occupati dalla criminalità. La sfida, oggi, è trasformare davvero ogni bene confiscato in un presidio permanente di lavoro legale, partecipazione democratica e rinascita sociale.

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