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Pensioni 2026: aumenti da pochi euro mentre l’età continua a salire

La rivalutazione all’1,4% porta solo aumenti minimi alle pensioni, mentre dal 2027 scatteranno nuovi requisiti e restano in bilico Quota 103 e Opzione Donna

Il decreto del ministero dell’economia dello scorso 19 novembre, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ha reso nota la rivalutazione delle pensioni per il 2026, che si baserà su un’inflazione dell’1,4%. Si tratta comunque di un valore provvisorio, in attesa dei dati definitivi dell’Istat, che potrebbero portare a futuri conguagli. In questo scenario, aumenti ridotti, adeguamenti minimi e nuove soglie di accesso alla pensione delineano un quadro complesso per milioni di cittadini. Di seguito, i dettagli su quanto saliranno gli assegni.

Rivalutazione 2026: cosa cambia per minime e assegni sociali

La perequazione, ossia  il meccanismo che adegua annualmente gli assegni pensionistici al costo della vita, garantirà un incremento limitato per il 2026. Le pensioni minime infatti passeranno da 616,67 a 619,80 euro, con un aumento di 3,1 euro, leggermente superiore rispetto all’ultima rivalutazione che visto un aumento degli assegni di soli 1,8 euro.

La rivalutazione piena, pari quindi al 100%, sarà riconosciuta solo agli assegni fino a 2.447,39 euro cioè pari a quattro volte il minimo; la percentuale scende al 90% per gli assegni tra quattro e cinque volte il trattamento minimo (fino, dunque, a 3.059,24 euro). Scende ulteriormente al 75% per gli assegni superiori a cinque volte il trattamento minimo (oltre, quindi, i 3.059,24 euro).

Tra i beneficiari degli aumenti figurano anche circa 1,2 milioni di cittadini che percepiscono l’assegno sociale, in particolare over 70 con redditi bassi e persone con disabilità. Dopo gli 8 euro in più del 2025, dal 2026 è prevista una nuova maggiorazione di 12 euro. Non sono invece previste nuove misure per rafforzare le pensioni minime oltre quanto stabilito dalla precedente Legge di bilancio.

Cgil: “Perequazione insufficiente”

Non è mancato il dibattito politico e sindacale su una riforma più equa della perequazione. La Cgil infatti ha definito la rivalutazione prevista “insufficiente a compensare la perdita di potere d’acquisto accumulata nel biennio inflattivo 2022-2023“. Secondo il sindacato, gli incrementi reali sarebbero minimi, spesso solo simbolici, perché “in gran parte assorbiti dall’Irpef e dalle addizionali locali“. Secondo gli uffici Previdenza della Cgil inoltre, il meccanismo attuale non tutela adeguatamente i pensionati con redditi medio-bassi, che risultano essere i più colpiti dagli aumenti dei prezzi degli ultimi anni.

Pensioni future: aumenti dei requisiti e incertezze su Quota 103 e Opzione Donna

Altri cambiamenti riguardano poi le pensioni del futuro. Dal 1° gennaio 2027 scatterà l’aumento automatico dei requisiti per il pensionamento, stabilito sulla base dei dati Istat sulla speranza di vita: servirà un mese in più di età e contributi, cui si aggiungeranno ulteriori due mesi dal 2028, per un totale di tre. Escluse dall’adeguamento solo le categorie che svolgono lavori gravosi o usuranti, circa l’1% della platea. Nessuna deroga, invece, per disoccupati, caregiver, invalidi o lavoratori precoci.

Per quanto riguarda il pensionamento anticipato, l’Ape Sociale viene prorogata di un anno, mentre resta incerto il futuro di Quota 103, penalizzata dal ricalcolo contributivo dell’assegno. Ancora in bilico anche la proroga di Opzione Donna oltre il 2025: una proposta della senatrice Paola Mancini punta ad ampliare la platea, consentendo l’uscita anticipata con 35 anni di contributi e almeno 61 anni d’età, ridotti fino a due anni in base al numero di figli.

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