
Sciopero università 12 maggio: stop nazionale delle università che coinvolgerà atenei da nord a sud, con la partecipazione di assegnisti, ricercatori precari, dottorandi, specializzandi, personale tecnico-amministrativo e docenti strutturati. Una protesta corale, unita e trasversale, che punta i riflettori su una crisi sempre più profonda: quella del precariato universitario e del definanziamento del sistema pubblico.
La mobilitazione, promossa da FLC CGIL, ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani), Coordinamento Universitario, USB e altre sigle sindacali e studentesche, nasce da un malessere diffuso che da anni serpeggia nei corridoi degli atenei italiani. Le rivendicazioni sono chiare: basta precariato, più fondi per l’università pubblica e NO a nuove forme contrattuali temporanee che minano la dignità del lavoro accademico.
Nel dettaglio, si chiede:
Le adesioni coinvolgono:
Ricercatori a tempo determinato
Assegnisti di ricerca
Dottorandi e specializzandi
Personale tecnico-amministrativo e bibliotecario
Docenti strutturati che manifestano in solidarietà
Studenti che rivendicano il diritto a un’istruzione di qualità
A protestare è l’intera catena produttiva della conoscenza, spesso dimenticata, invisibile e malpagata, ma fondamentale per il presente e il futuro del Paese.
Il mondo universitario italiano è afflitto da un precariato cronico, che colpisce soprattutto i giovani ricercatori. Assegnisti e RTD (ricercatori a tempo determinato) vivono in una condizione di instabilità che può durare anni, con contratti rinnovabili, compensi insufficienti, e nessuna garanzia di stabilizzazione. Il “Contratto di Ricerca”, proposto come nuovo strumento contrattuale, è stato fortemente criticato perché rischia di legalizzare ulteriormente forme di lavoro atipico e dequalificato.
Da anni si attendono concorsi regolari, trasparenti e su larga scala per stabilizzare i tanti precari che reggono quotidianamente la didattica e la ricerca. La richiesta dei sindacati è chiara: un piano straordinario di assunzioni che metta fine al continuo ricambio di personale precario e valorizzi il capitale umano già formato all’interno degli atenei.
L’università italiana ha subito negli ultimi anni tagli costanti al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Secondo l’OCSE, (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), l’Italia investe nell’istruzione superiore meno della media europea sia in rapporto al PIL che alla spesa pubblica complessiva. Questo si traduce in:
Riduzione delle borse di studio
Laboratori e infrastrutture obsolete
Fuga di cervelli all’estero, come evidenziato nell’articolo Inarrestabile fuga di cervelli, quasi 30mila laureati all’estero nel 2018: i dati Istat – LiveUnict.
Classi sovraffollate e carenza di personale
Questa è la domanda al centro della mobilitazione. Negli ultimi anni, l’università italiana è stata progressivamente trasformata in un’azienda, con logiche di efficienza, competizione e produttività che mal si adattano alla missione educativa e sociale dell’istruzione pubblica.
Il risultato è una frammentazione del sistema universitario, con atenei che competono tra loro per le risorse, regioni del Sud sempre più penalizzate, e una crescente disuguaglianza nell’accesso all’istruzione superiore.
Lo sciopero del 12 maggio rappresenta molto più di una semplice interruzione delle attività. È un atto di denuncia collettivo contro una politica che ha scelto di ignorare le richieste del mondo accademico. Ma è anche una chiamata alla responsabilità pubblica: un’università sottofinanziata è un Paese senza futuro.
Le adesioni, in costante aumento, fanno prevedere un impatto significativo: lezioni sospese, esami rinviati, attività ridotte al minimo in decine di città italiane. Ma non mancheranno anche cortei, assemblee pubbliche, presìdi e momenti di confronto, tutti accomunati da un’unica grande richiesta: un’università pubblica, democratica, inclusiva e stabile, sarà un’occasione per restituire centralità alla protesta accademica e per coinvolgere l’opinione pubblica su temi che toccano tutti: istruzione, equità sociale, futuro lavorativo delle giovani generazioni.
Se è vero che la protesta nasce dal disagio del precariato universitario, è altrettanto vero che riguarda l’intera società. L’università non è solo un luogo di formazione, ma un pilastro della crescita civile, culturale ed economica del Paese. Lasciarla in balia dei tagli e dell’incertezza significa compromettere il futuro delle nuove generazioni e della ricerca italiana.
Non è solo una questione “interna” all’università. Quando si taglia sulla formazione, si taglia sul futuro del Paese. Ogni giovane costretto a emigrare, ogni ricercatore costretto a cambiare lavoro, ogni studente che abbandona gli studi per mancanza di risorse è una sconfitta collettiva.
Una università pubblica, libera, accessibile e stabile è un bene comune. Investirci non è un costo, ma un investimento strategico per la crescita culturale, scientifica ed economica dell’Italia.
Lo sciopero di oggi, quindi, non è solo uno sciopero “di categoria”, ma un grido d’allarme per un’intera nazione, un atto politico e culturale. Rappresenta l’occasione per ripensare il ruolo dell’università pubblica, restituendole le risorse, il rispetto e la centralità che merita, per chi crede in una società fondata sulla conoscenza, la giustizia e il lavoro dignitoso.
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