A causa del caro energia, aumento del costo della luce e del gas, frena lo smart working. Tuttavia, i sindacati chiedono i rimborsi per chi lavora da casa.

I forti rincari causati all’aumento delle bollette di luce e gas frenano lo smart working. Sia nel privato che nel pubblico i lavoratori non sono più favorevoli a lavorare da remoto. Rimanere a casa fa salire infatti il costo di luce e gas e adesso, con le tariffe in volata, in tanti dicono no alla misura.
Con il lavoro a distanza spesso non sono previsti rimborsi economici legati ai rincari energetici e i dipendenti non sono disposti a guadagnare meno.
Infatti, secondo una percentuale solo il 20% è ancora favorevole a lavorare in smart. Secondo i conti dell’Inapp (l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) gli aumenti di luce e gas hanno pesanti conseguenze su circa 700mila statali, quelli “distanziabili”. Complessivamente, su 18 milioni di dipendenti potrebbero lavorare a distanza 6-8 milioni di persone, secondo le stime del Politecnico di Milano, ma al momento ci fermiamo a 4 milioni.
A tal proposito, i Sindacati chiedono dei rimborsi per chi lavora da casa, per coprire in parte le spese legate alla luce e al gas. Inoltre c’è anche la questione dei buoni pasto, che nella maggior parte dei casi non sono previsti per gli smart worker. Non si prevedono compensazioni neanche per i fragili, che fino al 2023 hanno l’accesso agevolato al lavoro da remoto.
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