Cinema e Teatro In Copertina

Cinema, prof. De Filippo: “Torneremo in sala, la visione collettiva è condivisione”

La crisi sanitaria ha colpito anche il settore cinematografico. Di fronte a riprese interrotte, uscite rimandate e sale chiuse, non resta che chiedersi se (e come) il cinema si evolverà. LiveUnict lo ha chiesto ad Alessandro De Filippo, docente presso l'Università degli Studi di Catania.

Non è passato molto tempo dall’ultima volta in cui, all’interno di un grande multisala o di un piccolo cinema di paese,  un ultimo spettatore si è alzato lentamente dalla propria poltrona, senza mai staccare gli occhi dallo schermo. Da un po’ più in alto, qualcuno ha ammirato la figura in miniatura e con il naso all’insù lasciare, visibilmente deluso o ancora rapito, la sala: poi ha spento luci e proiettori. Forse nessuno avrebbe immaginato che quello strano rito quotidiano non si sarebbe ripetuto nei giorni a seguire.

A causa della corrente emergenza sanitaria, oggi lavoratori e clienti assistono ad un intervallo dai tempi spropositati. Ma quando finalmente le scene riprenderanno, il rapporto tra cinema e pubblico sarà ormai mutato? Alessandro De Filippo, docente di Tecnica della rappresentazione audiovisiva presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania, fornisce alcuni preziosi pareri sulla questione. 

La chiusura delle sale cinematografiche, effetto dell’attuale emergenza sanitaria, ha costretto a rimandare l’uscita di numerosi film. Altri, invece, verranno trasmessi direttamente sulle piattaforme streaming più celebri. In che misura la pandemia ha influito sui processi di produzione e distribuzione cinematografica?

“I film prevedono una lavorazione che ha una precisa scansione temporale: da quando si effettuano le riprese a quando il film esce nelle sale possono passare pochi mesi o anche anni, perché ogni film è un progetto a sé.  Ma se parliamo di mercato, cioè di distribuzione di film per famiglie, sicuramente dobbiamo immaginare qualcosa di più vicino alla fabbricazione di un prodotto industriale, dalla scelta del casting alla martellante promozione televisiva associata all’uscita nelle sale. I film che usciranno in streaming sono distribuiti da Medusa, cioè Mediaset, e approderanno su una piattaforma di proprietà della stessa azienda. Gli attori e i registi che li hanno realizzati rilasciano interviste sulle reti televisive della stessa azienda e si dicono dispiaciuti. Però dobbiamo tener presente che l’uscita nelle sale rappresenta solo una parte degli introiti di questi film, che sono stati pensati anche e soprattutto per i passaggi televisivi sui canali generalisti della stessa Mediaset. Quindi a me sembra un gioco delle parti.

Per il resto delle produzioni, per il cinema cosiddetto indipendente, non è pensabile l’uscita sulle piattaforme maggiori. Netflix, per esempio, riconosce una miseria per l’inserimento nel suo catalogo on-line. Ci sono altre piattaforme, dedicate, conosciute solo dagli appassionati e dagli addetti ai lavori. Poi ci sono i festival, ma dovremo capire cosa sarà di loro nell’immediato. Insomma, è tutto poco leggibile dalla prospettiva in cui ci troviamo oggi, perché il lockdown ha ibernato tutto. E quello che succederà dopo è ancora immerso nella nebbia.”

Le disposizioni vigenti rendono impossibile recarsi al cinema ma forniscono una buona dose di tempo libero che molti impiegano guardando pellicole. Ritiene che la quarantena possa divenire un’occasione per coltivare, riscoprire o rivalutare una passione che, poi, perdurerà?

“È curioso che lei abbia utilizzato ‘pellicole’ come sinonimo di film nella domanda che mi ha rivolto, anche se, dalla digitalizzazione delle sale, non esiste più la pellicola ma solo dei file digitali. Eppure continuiamo a chiamare i film, pellicole. Perché nella nostra testa mettiamo insieme il medium cinema con la fruizione, non con la tipologia di supporto o di proiezione. Il cinema è vedere il film, stringere un patto d’amore tra spettatore appassionato e storia appassionante.

Allora, se il tempo della ‘reclusione’ ci ha permesso di vedere più film, in DVD o in streaming, e ha permesso il nascere di un gusto, di un percorso di analisi o di ricerca personale all’interno del mondo del cinema, ben vengano le proiezioni alternative.

Anche la rassegna ‘Learn by Movies’ quest’anno è dovuta andare in streaming. Ma la continuità di una relazione tra gli studenti e questa rassegna universitaria doveva continuare nonostante tutto. Non poteva interrompersi. E bene hanno fatto gli organizzatori, coordinati dal prof. Rosario Castelli, a proporre uno slogan intelligente come ‘buio in salotto’. Quello che conta è l’intenzione. Il “buio” vuol dire mettersi comodi e prepararsi a godere di un film. Torneranno i momenti belli e la calca davanti all’Odeon prima e dopo le proiezioni. Per entrare a vedere il film e per parlarne insieme dopo averlo visto.”

Il lockdown ha inevitabilmente provocato un aumento del consumo dei contenuti proposti dalle varie piattaforme di streaming online (si parlerebbe di un +34% rispetto ai primi di marzo). Crede che l’emergenza rivoluzionerà in maniera definitiva il nostro modo di approcciarci ai prodotti audiovisivi?

“Il discorso è un po’ complicato. Le sale cinematografiche sono in crisi? Sì, senza dubbio e molte hanno già chiuso ben prima del Covid-19. Migreremo irreversibilmente sullo streaming, come i dati sembrano suggerire? Secondo me, no. Al momento possiamo accedere ai film solo tramite la rete. Ma non sarà così per sempre. E avremo voglia di tornare a vedere i film in sala, perché la visione collettiva è un’altra cosa, è un’esperienza sociale, è una condivisione.

Le faccio un esempio: al momento siamo costretti a sentire gli amici solo attraverso le videochiamate. È l’unico modo che abbiamo per coltivare la relazione affettiva con loro. Finita la lunga quarantena, ci incontreremo di nuovo e ci abbracceremo di gusto. Allo stesso modo, andremo all’Arena Argentina e ci guarderemo un film, cosparsi di Autan per combattere le zanzare tigre, con un birra ghiacciata in mano.”

Quale sarà il futuro di un settore che già vive una situazione precaria (spesso legata al concetto di stagionalità)? Presume che, una volta tolti i sigilli, la paura del contagio prevarrà comunque sul desiderio di entrare in sala?

“Possiamo vivere nella paura? Possiamo vivere isolati, senza incontrare nessuno? Dopo due mesi di lockdown stiamo dando di matto. Tolti i sigilli, responsabilmente, ricominceremo a uscire e a frequentare i luoghi dove stiamo bene, insieme alle persone a cui vogliamo bene. I cinema, con le dovute accortezze, potranno essere fruiti serenamente. Sarà compito di tutti noi spettatori-critici tenere in vita queste attività culturali o rischieremo di diventare più poveri.”

La pandemia ha permesso di riflettere su pregi e lacune di numerosi ambiti e di rivalutarli: pensa che il cinema vada preservato nella sua forma originaria o rinnovato, sostituito? 

“Il cinema è come una lingua. Vive, si rinnova, cambia. Chi ama la lingua del passato odia i cambiamenti. Vuol dire che è vecchio e non li capisce. Ma il problema è lui, non la lingua. Il cinema deve cambiare ogni giorno per sopravvivere. Ha abbandonato la moviola a favore del montaggio non lineare, ha abbandonato la pellicola, ha abbandonato i supporti ottici e si è smaterializzato sulla rete. Eppure è ancora lì.

Non credo che si possa fare a meno della rappresentazione audiovisiva. È un modo di conoscere il mondo, di capirlo, di spiegarlo, di raccontarlo. Non possiamo fare a meno dei libri, della musica, della fotografia. Siamo esseri umani.”