In Copertina Società

Coronavirus e caccia all’untore: da storia e psicologia i perché della sindrome dell’odio

Foto di Jon Berkeley.
Stiamo vivendo giorni surreali. Chiusi nel silenzio delle nostre case avvertiamo l’eco non lontano di una tragedia che tocca migliaia di persone. La paura segna le nostre giornate, ma è giusto dare la caccia agli untori? L'attualità e la Storia ci danno le risposte.

Ciascuno di noi, chi in misura minore chi maggiore, sta sperimentando un’emozione, la paura. Le parole che da giorni sentiamo dire a ripetizione sono le stesse: restiamo a casa. Automaticamente, chi esce di casa si trasforma agli occhi dell’opinione pubblica nel più spregevole assassino. Non a torto sono state fatte numerose segnalazioni di gente in strada per futili motivi, eppure sta prendendo piede una pericolosa caccia all’untore. Quando si supera il limite tra il contribuire a preservare la salute pubblica e l’odiare il proprio simile? La linea che separa il senso civico dal bisogno di dare un volto e un nome alle nostre paure si fa sempre più sottile.

 Coronavirus e quarantena: querela per chi posta foto dei trasgressori

“Basta con la caccia all’untore”

La sindaca di Torino Chiara Appendino ha di recente lanciato il suo appello tramite un video postato su Facebook in cui il messaggio è chiaro: “basta con la caccia all’untore, non lasciamo che questo virus ci divida dall’essere comunità”. È corretto segnalare comportamenti scorretti, ma non possiamo cadere nella sindrome del giustiziere. Le parole della sindaca sono condivise dal don Luigi Ciotti: non è il momento della rabbia. Bisogna però ribadire che questi messaggi non vogliono diffondersi in nome di un buonismo pericoloso tanto quanto l’altra faccia della medaglia finora descritta. Bisogna ovviamente e a gran voce condannare i comportamenti scorretti, bisogna segnalare gli errori, ma fare giustizia di strada è un errore in cui non bisogna cadere. 

Perché la sindrome dell’odio

La psicologa e psicoterapeuta Antonietta Germanotta spiega in un articolo che spesso la paura sfocia in comportamenti irrazionali. Definendo il Coronavirus “trauma collettivo”, spiega che è frequente la tendenza a cercare un colpevole, così da sentire di avere la situazione sotto controllo e sapere chi punire. Ancora il professor Gilberto Corbellini docente di storia della medicina all’Università La Sapienza di Roma in un programma RAI del 2019 – in cui si parlava del virus Ebola – spiegava che la paura dell’untore porta alla ricerca di una causa, di un capro espiatorio per combattere la paura dell’ignoto. 

 UNICT – Il coronavirus mette a rischio libertà e democrazia? Risponde il prof. Piazza

Esempi dalla Storia

Il fenomeno della “caccia all’untore” non è nato con la diffusione del Coronavirus. In letteratura troviamo diversi esempi, testimonianze che ci raccontano del fenomeno da diverse angolature. Già nel V secolo A.C. Tucidide analizzò il fenomeno della paura causata dalle epidemie, narrando l’episodio della peste ad Atene, durante la quale gli spartani vennero accusati di aver avvelenato i pozzi. 

Uno degli esempi più illustri è fornito da Manzoni, che nel romanzo I Promessi Sposi dedica ampio spazio all’episodio della peste che colpì Milano nel 1630. Manzoni compie all’interno del romanzo un’ampia digressione a carattere storico, utile ai lettori di oggi per capire quanto antico è il terrore dell’untore. La paura ha scatenato nella Milano del XVII secolo una vera e propria persecuzione nei confronti di coloro che venivano accusati di diffondere unguenti che propagassero la peste, gli untori. Tale teoria aveva un fondamento, citato dallo stesso Manzoni: dalla Spagna sarebbero infatti arrivate notizie del fatto che delle spie francesi fuggite da Madrid avrebbero diffuso volontariamente il morbo. Inoltre, nel saggio storico in appendice al romanzo, Storia della colonna infame, Manzoni ricostruisce il crudo episodio che vide come protagonisti due uomini, il barbiere Gian Giacomo Mora e il commissario della sanità Guglielmo Piazza, accusati di essere untori e condannati a morte dopo essere stati costretti a confessare a forza di torture.

La letteratura e la storia ci forniscono altri esempi avvenuti durante l’epidemia di colera del XIX secolo. Giovanni Verga racconta ad esempio nella novella Quelli del colera di episodi di violenza usata verso soggetti accusati di essere degli untori. Ancora, Per fare un altro esempio, in Basilicata si diffusero le dicerie che le morti causate dal colera fossero in realtà omicidi, “venefici” compiuti attraverso l’uso di sostanze velenose. 

Abbiamo paura, non sappiamo cosa accadrà nei prossimi giorni o quali saranno gli sviluppi. L’unica cosa che possiamo fare è adottare i comportamenti più adeguati ed evitare di cadere nella spirale di panico e odio sterile che rischia di catapultarci verso una pericolosa intolleranza.