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Non solo scrittore, alla scoperta del Verga fotografo: “Kodakeggia più che mai”

Il dualismo artistico di uno dei padri del Verismo è stato scoperto soltanto lo scorso secolo dal prof. Giovanni Garra Agosta, che ha detenuto fino alla sua morte il patrimonio fotografico dello scrittore. Tanto è ancora il lavoro da fare sulle foto di Verga. Ne ha parlato la prof.ssa Claudia Guastella, storica dell’arte e fotografa.

Il Coro di notte del Monastero dei Benedettini ha ospitato ieri l’incontro promosso dal Med Photo Fest 2019 sulla figura di Verga fotografo, aspetto biografico dell’autore ancora poco conosciuto. Correva l’anno 1887 quando Giovanni Verga acquistò la sua prima macchina fotografica, incuriosito e contagiato dall’amico Luigi Capuana. La fotografia lo appassionava a tal punto che Guido Viani d’Ovrano in una lettera a De Roberto scrisse: “Verga kodakeggia più che mai”. Lo scrittore non mollò i suoi strumenti fotografici almeno fino al 1911. Sono gli anni in cui nasce ufficialmente la fotografia, una forma d’arte che segue le vie della perdizione, a detta di molti pittori dell’epoca, i quali temevano fortemente che quegli aggeggi acchiappaluce potessero “rubargli il lavoro”.

Ma Verga non è stato l’unico letterato che ha nutrito una vena artistica fotografica: figli del suo tempo sono stati anche il già citato Capuana, De Roberto, ma anche autori stranieri come Lewis Carroll. A fine Ottocento si gettarono così le basi del connubio tra letteratura e fotografia che sussiste ancora oggi: basti ricordare l’amicizia tra Jack Kerouac e il recentemente scomparso Robert Frank, Leonardo Sciascia e Ferdinando Scianna, Vincenzo Consolo e Carlos Freire.

Ci sono giunte 500 fotografie di Verga tra lastre e pellicole a celluloide, che fino a poco tempo fa sono state conservate e tutelate dal professore Giovanni Garra Agosta e dalla moglie Concetta Bianco, ma adesso che entrambi i coniugi sono deceduti ci si pone la fatidica domanda: “Che fine faranno?”. “Ad oggi le foto di Verga sono state vincolate dalla soprintendenza – spiega la prof.ssa Guastella –, perché il grande rischio è che vengano vendute. Garra Agosta e la moglie hanno custodito le foto di Verga come se fossero i loro figli, anche se non avevano le competenze necessarie in materia. Penso che con la morte dei coniugi sia giunto il momento di fare una convergenza tra regione e comune per cercare di tutelarle, per poi procedere con le mostre per farle vedere e conoscere al pubblico”.

La prof.ssa Guastella studia da anni le foto di Verga. Si è appassionata da subito, sin da quando ha scoperto che lo scrittore è stato un fotografo. Da anni osserva queste lastre e pellicole e corregge spesso le tesi del prof. Garra Agosta sulle datazioni e sulle informazioni tecniche delle macchine fotografiche usate da Verga. Spiega il suo metodo così: “Bisogna procedere in ordine cronologico, come si è proceduto per le sue opere e le sue lettere. Le foto sono più difficili, perché nelle foto non c’è scritta la data. Dopo si può procedere con la stesura di un catalogo, infatti nelle mostre c’è sempre il saggio e il catalogo. Il saggio si basa sul catalogo. Nel catalogo ogni scheda per ogni pezzo stabilisce su quali basi si può datare, si può attribuire la tecnica, gli spostamenti dell’opera d’arte”.

“Oggi più che mai – continua la professoressa -, dato che vengono promosse tante iniziative di studio su Verga e tante edizioni critiche delle lettere e delle opere, bisogna arrivare a fare anche un’edizione critica delle cinquecento fotografie di Verga”. Sono passati cento anni e le condizioni delle lastre e delle pellicole non sono in ottimo stato: “Bisogna restaurare. C’è una condizione di fragilità estrema perché si tratta di lastre di vetro rotte o pellicole staccate. Questi sono restauri molto costosi e, se interviene un ente pubblico, vengono fatti gratuitamente”.

Solo grazie al restauro è possibile inquadrare Verga come autore fotografico, fissando il suo stile nelle apposite categorie e capirne di più su questo profondo connubio: “La tutela del restauro e la catalogazione dei pezzi sono necessari per la reinterpretazione nel suo complesso di uno stile fotografico, che può essere messo in parallelo con la sua attività letteraria”.

Da TWITTER

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