350° anniversario dell’eruzione del 1669: la storia del più grande evento eruttivo etneo

Ricorre proprio in questi giorni il 350° anniversario della grande eruzione del 1669, che devastò e cambiò la morfologia territoriale e geografica di Catania e provincia.

Tra il 25 febbraio e l’8 marzo dello stesso anno, il sud del territorio etneo fu colpito da una serie interminabile di terremoti abbastanza violenti. A causa di questi, si aprirono delle fenditure dal piano del Monte San Leo e tra il Monte Frumento, con la successiva apertura di ben sette bocche. I primi ad essere travolti dalla lava furono i centocinquanta monaci del convento di San Leo, che fu completamente inghiottito dalla prima colata.

Nel frattempo sottoterra qualcosa si stava muovendo anche verso un altro versante tra Monte Nucilla e Monte Fusara, che provocò l’apertura, l’11 marzo, di un’altra bocca nel quartiere detto “Guardia” di Malpasso. Una testimonianza riportata da Giuseppe Recupero in “Storia naturale e generale dell’Etna” ci riferisce che nonostante i continui terremoti non ci si aspettava un evento naturale così catastrofico: “L’8 di marzo giorno di venerdì di quaresima ad ore ventitré […] venne un terribilissimo turbine di vento, che pareva voler conquassare le fabbriche della Chiesa (di Nicolosi) . […] Dopo quel turbine si vidde l’aere tutto infocato, per il che ne sentimmo scoppiare il cuore, e fattoni animo l’un l’altro uscimmo fuori.”

Dalla bocca nata tra il Monte Nucilla e Fusara si generò la colata lavica che seppellì l’intero abitato di Malpasso (odierno Belpasso), circondando Mon Pileri e distruggendo l’omonimo casale. Nei pressi dei Monti Pileri si depositarono gran parte dei piroclasti della già citata colata, formando dei coni gemelli, inizialmente chiamati dagli abitanti locali con l’appellativo di Monti della Ruina, in quanto testimonianza portante visiva del triste evento, e successivamente ribattezzati come Monti Rossi.

Il 23 marzo gran parte di Mascalucia non esisteva più: i quartieri colpiti furono Fallichi, Carusi, Marletti, Lombardi. Proprio in questi giorni si narra che fu portato apposta il Velo di Sant’Agata affinché si arrestasse il continuo flusso di lava. Molte famiglie dei paesi colpiti dalla colata decisero di spostarsi a Catania, ignari che la lava avrebbe raggiunto ben presto la città.

Il fiume di lava si divise in tre bracci dal 14 marzo: il primo si diresse verso il casale di San Pietro Clarenza dividendosi a sua volta in due, uno verso Valcorrente e l’altro verso Misterbianco in zona Campanarazzu, il secondo verso Camporotondo Etneo e il terzo verso San Giovanni Galermo. Le campagne di Misterbianco erano situate in una posizione strategica per la colata lavica in quanto scoscese, e, dunque, la lava fece il suo ingresso a Catania attraverso il terzo braccio, quello di Misterbianco, negli ultimi giorni di Marzo presso la Contrada degli Albanelli.

L’arrivo a Catania

Il fiume di lava, arrivato in città, dopo aver raggiunto le vigne dei Gesuiti (dette anche Vigne del Sardo), si divise nuovamente in due bracci, uno, il più debole, che arrivò fino al Monastero di Novaluce e si fermò in mare il 28 di aprile, l’altro, quello più corposo, che raggiunse in breve tempo la contrada della Gurna di Nicito. Là si trovava il cosiddetto Lago di Nicito, formatosi con l’arrivo a valle delle acque piovane.

I catanesi pensarono che con l’arrivo a valle della lava, il loro inferno sarebbe cessato, ma si sbagliarono clamorosamente perché nel giro di sei ore il Lago di Nicito fu coperto dalla stessa lava. Da lì il fiume si sdoppiò nuovamente, uno si fermò poco prima del Bastione degli Infetti, l’altro continuò il suo percorso vicino le mura della città. Dopo il 14 aprile circondò in poche ore il Castello Ursino. Il 23 aprile la lava cominciò a confluire in mare, dove percosse quasi un miglio tra le stesse acque marittime e si arrestò definitivamente l’11 luglio dello stesso anno.

 

Maria Regina Betti

Laureanda in Lettere Classiche, appassionata di luci rosse e di rullini, si dedica alla fotografia digitale, analogica e istantanea.

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Maria Regina Betti

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