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Le migliori università italiane per trovare lavoro? Lo svela il rapporto Ranking QS

Come accade ormai ogni anno dal 2015, una uova graduatoria firmata QS ci rivela quali università sono le migliori per "employability". Le americane continuano a occupare i primi posti, seguite da Oxford e Cambridge. Anche l'Italia riesce a classificarsi nella top 100.

Il QS Graduate Employability Ranking è un rapporto annuale pubblicato per la prima volta nel 2015 il cui scopo è quello di segnalare le istituzioni che hanno ottenuto i risultati migliori quando si è trattato di preparare gli studenti all’ingresso nel mondo del lavoro. Sono 300 le università che vengono giudicate secondo cinque indicatori:

  • Gradimento del datore di lavoro (30% di influenza sul risultato finale): si ottiene attraverso un sondaggio rivolto ai datori di lavoro, che devono dire quali secondo loro sono le istituzioni dalle quali arrivano i migliori laureati nel campo preso in esame. Nel 2017 sono state prese in considerazione le opinioni di oltre 37mila aziende e datori di lavoro.
  • Ex alunni (20% sul totale): QS ha preso in considerazione il risultato ottenuto dai laureati presso determinate università a oggi considerati estremamente di successo, in totale 21mila tra i più innovativi, creativi, intraprendenti, ricchi o filantropi. Lo scopo finale: determinare quale università produce il più alto numero di laureati pronti a cambiare il mondo.
  • Rete con il mondo del lavoro (25%):  si considera il numero di compagnie che collaborano con ogni singola istituzione a ricerche esaminate da Scopus, ma anche le parternship strette non a scopi di ricerca hanno un peso sulla valutazione; in secondo luogo, i risultati vengono regolati in proporzione al numero di persone coinvolte.
  • Coinvolgimento dei datori di lavoro nelle università (15%): anche la presenza nelle università di potenziali datori di lavoro rappresenta un parametro importante. Ciò potrebbe bastare a motivare gli studenti e aumentare le loro opportunità di ottenere importanti internship ed entrare nel campo della ricerca. Nello specifico, si tratta di partecipare spesso in fiere, organizzare presentazioni o altre attività volte a promuovere il proprio lavoro.
  • Tasso di occupazione (10%): è semplice, basta fare una proporzione di laureati impiegati a tempo pieno o part-time nell’arco di 12 mesi dal conseguimento del titolo. A essere tenuta in considerazione, ovviamente, è anche la media di impiego nel Paese in cui si trova l’istituzione, poiché è innegabile che un’istituzione soffre anche a causa della situazione economica generale.

Sebbene l’Italia non si sia ancora ripresa dalla crisi economica, alcune delle sue università dimostrano d’essere valide quanto basta per rimanere in cima alle classifiche. In particolar modo il Politecnico di Milano, che nel corso dell’anno ha collezionato un invidiabile quinto posto nella categoria “Arte & Design”. Nella classifica di “employement” ha guadagnato la trentaseiesima posizione, superando di ben sessantadue posizioni la Sapienza di Roma, che in “Storia Classica & Antica” vanta un primo posto strappato alle più grandi istituzioni mondiali.

Molto bene l’Università Cattolica, Bologna, il Politecnico di Torino, Padova e Pisa, che si mantengono nella top 200. Ad arrancare appena dietro sono Torino, Trento, la Federico II di Napoli, Ca’ Foscari, la Statale di Milano, Pavia, Tor Vergata, la Bicocca di Milano e l’università di Verona.

Ancora una volta è purtroppo possibile notare come alle università del Sud non sia permesso nemmeno ambire all’ingresso nelle classifiche (salvo alcune eccezioni, come nel caso della Federico II). La tendenza sarà sempre più quella di preferire gli atenei del nord sia per qualità dell’insegnamento che per la possibilità di trovare impiego, aumentando il divario tanto da renderne il risanamento pressoché impossibile.

Silvia Di Mauro