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La Sicilia lettararia attraverso gli occhi di un fotografo, intervista a Giuseppe Leone

“Sicilia tra luce e parola” è stata la mostra fotografica di Giuseppe Leone, curata da Carmelo Nicosia e allestita nella città di Taormina in occasione del Taobuk, ma dietro alla luce e alle parole in mostra si celano alcuni rapporti d’amicizia che hanno legato il fotografo ragusano ad alcuni dei nomi più importanti del panorama culturale siciliano. Giuseppe Leone, infatti, nei suoi scatti non solo ha racchiuso alcuni dei personaggi più illustri della Sicilia, ma nelle sue fotografie ha fermato i gesti, anche più spontanei, di coloro che nel tempo sono diventati degli amici.

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In un’intervista a proposito del legame che intercorre tra la letteratura e le sue foto ci racconta cosa significa guardare con gli occhi di un fotografo e della sua amicizia con la famiglia Sellerio, Sciascia, Bufalino, Consolo, Camilleri e Bonaviri.

1. Pirandello in una sua opera, a proposito di un personaggio, afferma: “guarda ma non vede”. Lei dà più importanza al guardare o al vedere?

Sono due concezioni completamente diverse, ma coincidono. Io direi “vedere” ma “leggerle” le cose, non solo guardarle. La fotografia si legge non si guarda, perché poi c’è l’opticum. Il famoso opticum, il punto di riferimento della fotografia che dà una lettura generale e importanza alla memoria dell’immagine. L’immagine va letta per non passare velocemente davanti ai nostri occhi ed essere dimenticata con la stessa velocità. Occorre ricordare che noi siamo quotidianamente sommersi da una moltitudine di immagini. Noi siamo martellati dalle immagini tutti i giorni, ma quante sono quelle che restano nella memoria? Questa è una cosa fondamentale e per questo le immagini, oltre che guardarle o vederle, bisogna leggerle. A proposito della mia mostra allestita a Taormina il mese scorso, l’unica foto ad essermi stata richiesta è stata da parte di una studentessa di fotografia turca che ha voluto comprare quella raffigurante la barca dei Malavoglia. Ecco, l’importanza di leggere le immagini per capirne il significato intenso.

2. A proposito della mostra “Sicilia tra luce e parola”, allestita a Taormina, cosa può dirci?

In occasione della mostra, presentavo il libro “Storia di un’amicizia” (Postcart) legato ai tre grandi letterati siciliani Sciascia, Bufalino e Consolo e agli editori Sellerio, per questo l’ho voluta incentrare su quelli che oggi sono chiamati “parchi letterari”, ma che non sono altro che luoghi della memoria e dei personaggi. Quando parlo di Pirandello parlo del Caos, inutile orientarsi nella casa di Pirandello ricostruita solo per fini turistici. Pirandello all’interno della mostra è inserito attraverso un’immagine che racchiude il mare in lontananza, la terra, il pino originale che si bruciò con un fulmine e il cippo con le ceneri. Questi elementi sono la testimonianza del modo in cui gioco con la memoria. Alcune delle immagini sono legate al suo territorio e a lui ho avvicinato anche la figura di Andrea Camilleri, soprattutto quando si parla di Ràbbato. Il percorso letterario all’interno delle mie fotografie prosegue con i luoghi del Verismo e, dunque, con Verga, Capuana e De Roberto, ciascuno importante per la lettura del territorio.

3. In che modo è stata ricostruita quella che potremmo chiamare la “geografia letteraria” della Sicilia?

Ho cercato di avvicinarmi ai luoghi attraverso alcuni brani dei testi di Verga, Capuana e De Roberto, anche se quest’ultimo è legato maggiormente al mondo catanese e non a quello contadino dei vinti e dei poveri, presenti nei primi due. La barca dei Malavoglia così è diventata il simbolo della Provvidenza e l’avvicinamento tra scrittura e memoria degli oggetti, così come avviene in musica. Si interpretano delle cose, ma sostanzialmente si tratta di una rielaborazione del pensiero. Io, fotograficamente, cerco di avvicinarmi a questi elementi letterari. Le fotografie proseguono con Quasimodo e racconto le sue poesie attraverso le immagini che ne diventano continuazione. Il mio racconto procede attraverso i brani degli scrittori e si conclude con Vittorini e “Le città del mondo”. Ci sono diversi brani che potrebbero collimare con altri testi di scrittori come con quelli di Vincenzo Consolo che scrive sulla Madonna di Scicli, l’unica a cavallo; all’interno di questo percorso fotografico e letterario c’è quindi un gioco di immagini complicato.

4. Lei è stato molto legato alla casa editrice Sellerio. Il vostro non è stato soltanto un connubio lavorativo, ma siete stati legati anche da un’amicizia profonda. Com’è iniziata questa collaborazione?

Nel libro che ho presentato la scintilla parte con Elvira ed Enzo Sellerio. Dopo le mie esperienze antropologiche alla Casa Museo Antonino Uccello e altri lavori sono approdato alla casa editrice Sellerio. Enzo mi mandò a chiamare perché aveva visto delle mie fotografie e perché voleva fare una pubblicazione che poi uscì con il titolo “La pietra vissuta”, il cui testo lo fece il famoso filosofo del paesaggio Rosario Assunto. Quando entrai nella casa editrice Sellerio entrai diciamo con questa richiesta e uscì fuori questo bellissimo libro che, oggi, non esiste più perché si è esaurito. Poi Enzo ed Elvira sono morti e hanno lasciato agli eredi Camilleri, la cui fama ad ogni pubblicazione era l’angustia terribile che assillava Consolo perché, quando usciva un suo libro elaborato e con una scrittura particolare, non aveva lo stesso successo di Camilleri e andava su tutte le furie, io gli dicevo: “Enzo, ma cosa te ne importa?”. Lui aveva un carattere molto teso. Erano scrittori di grandissima qualità, ma tutti e tre diversi ed Enzo Consolo aveva questo che lo tormentava. Ebbi la fortuna di essere amico loro per almeno quindici anni, se non di più, fino alla loro morte. Il rapporto con la casa editrice Sellerio è stato ottimo, sono stati venticinque anni di collaborazione che hanno contribuito alla nascita di una storia ricca che mi ha portato alla conoscenza di tante persone. Una specie di reazione a catena, a Catania feci amicizia con Bonaviri e Sebastiano Addamo, tante figure che sono rimaste nella mia memoria e nei miei affetti.

5. A proposito di Giuseppe Bonaviri, quale ricordo conserva dello scrittore menenino?

Un personaggio bizzarro, incredibile…con i pantaloni che gli pendevano! Era un personaggio strano. Ci siamo conosciuti a Catania, si è fermato al mercato e ha comprato una busta di pesche e mi disse: “Te le porti!”. Ricordo che quando tornava a Frosinone si portava la caciotta, ecco era così. Gli feci delle foto meravigliose e poi Mineo ebbi modo di approfondirlo e di conoscerlo, soprattutto Capuana, anche lui incredibile da un certo punto di vista. È stata una figura straordinaria quella di Bonaviri che molti giovani dovrebbero scoprire.

6. Tornando ai tre scrittori siciliani di cui parlava prima, in un solo scatto ha racchiuso Sciascia, Bufalino e Consolo. Quando è stata scattata questa foto?

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La fotografia più straordinaria di Sciascia, Bufalino e Consolo, cioè dei tre grandi scrittori insieme in una risata incredibile che stravolge i tre personaggi seriosi e diversi che siamo abituati a conoscere. È stata scattata durante un’intervista. Si aspettava l’arrivo di un famoso giornalista e pensavo “qua posso fare un colpo straordinario”, ma restarono solo loro tre. Erano in posa e rispondevano alle domande, io avevo la macchina fotografica sulle gambe e la tenevo pronta, con un obiettivo normale così avevo l’angolazione più giusta e aspettavo che succedesse qualcosa per creare una fotografia diversa dalle solite che vengono pubblicate sui giornali e in cui gli intervistati sono fotografati in posa. Fecero una battuta e io risposi con una sequenza di scatti ed è uscita fuori questa fotografia. Addirittura, un collezionista di Milano ha voluto comprare, insieme alla fotografia, il corpo della Leica con cui la scattai.