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Classifica Sole 24 ORE, interviene Giacomo Pignataro: “Rappresentazione distorta e pubblicità disonesta”

giacomo pignataro unictLe graduatorie come quella pubblicata da Il Sole 24 ORE si prestano a essere utilizzate in due modi. Possono costituire uno strumento molto utile di orientamento e valutazione e anche un mezzo per compiere scelte sul governo degli atenei. Oppure possono diventare il veicolo di una rappresentazione distorta, l’espediente di una pubblicità disonesta e ingannevole.

Devo dare atto al quotidiano di Confindustria di avere corredato la sua ultima “classifica sulla qualità”, soprattutto nella versione online, di un buon apparato di correzione del peso dei singoli indicatori, onde sottrarsi alle numerose e ben fondate critiche che avevano bersagliato le precedenti edizioni. In particolare l’articolo di analisi di Daniele Checchi non può essere tacciato di superficialità. “Sono forse maturi i tempi per fare un passo avanti nel dibattito tra sostenitori e oppositori delle graduatorie tra enti formativi, per passare a discutere del contenuto e delle interpretazioni di queste graduatorie”, scrive giustamente Checchi.

Che cosa resta di tale invito alla riflessione quando, attraverso il taglia-copia-incolla sui siti web e purtroppo – a causa delle inevitabili semplificazioni della notizia – anche sui maggiori quotidiani, il risultato è quello che vediamo: una rappresentazione grottesca? In base alla quale, per non parlare di casa nostra, le famiglie napoletane dovrebbero sobbarcarsi le spese per il trasferimento fuori sede dei propri figli spingendoli a disertare il più importante ateneo dell’Italia meridionale – l’Università Federico II di Napoli (piazzata più in basso della nostra università) – a dispetto della varietà e della ricchezza della sua offerta formativa e del ragguardevole posizionamento nazionale in molti campi della ricerca.

Che peso può avere, in termini di “attrattività extraregionale”, il fatto che buona parte degli studenti iscritti a Messina proviene dalla provincia di Reggio Calabria? E ciò senza nulla togliere ai brillanti sforzi dell’Università di Messina per incrementare la quota dei propri studenti Erasmus o in altri ambiti, quali l’accesso a finanziamenti esterni per la ricerca. Eppure sono proprio elementi irrilevanti come quello che ho appena citato a risuonare nella grancassa dell’informazione strillata. D’altronde la tentazione di sfruttare in termini pubblicitari una graduatoria messa in circolazione proprio in coincidenza con le immatricolazioni è forte.

Ma pensiamo davvero che uno studente romano possa ragionevolmente optare per Viterbo o Macerata piuttosto che per “La Sapienza”?

Perciò perdonatemi se non parteciperò all’inutile gara di evidenziare i parametri, per esempio quello della “sostenibilità” dei corsi di laurea in termini di docenti di ruolo, in cui l’Università di Catania figura in ottima posizione. Né ai distinguo basati sull’ovvia constatazione che il contesto territoriale e imprenditoriale ha poco a che vedere con la qualità dell’insegnamento. Né alla considerazione amarissima del dissesto della politica regionale per il diritto allo studio che penalizza gravemente tutte le università siciliane.

Non dirò: “Non è colpa nostra!”. Sarebbe troppo facile. Ci sono sempre due possibili scelte quando si accetta di rivestire ruoli istituzionali: cercare di tenersi a galla rassegnandosi alle condizioni obiettive nelle quali si opera o assumersi la responsabilità di provare a cambiarle. Non abbiamo bisogno delle classifiche per capire dove non andiamo bene, in vari settori, e soprattutto dove è possibile concentrare gli sforzi per raggiungere risultati positivi anche attraverso una necessaria riorganizzazione e una maggiore efficienza della macchina amministrativa.

Ma è falso che l’Università di Catania e gli atenei siciliani siano scivolati in un baratro senza fondo. In una regione in cui il tasso di disoccupazione giovanile è superiore al 50% le università sono un bene comune e rimangono un’irrinunciabile risorsa del territorio. È perciò giusto invitare i nostri giovani a impegnarsi ad alimentare questa risorsa preziosa con la loro intelligenza. Difendiamole, rinnoviamole, rafforziamole; perché, se dovessimo accettare che vengano smantellate, non basterebbero cinquecento anni per rifarle.

Guardo ogni mattina le fotografie dei “centisti” pubblicate sul quotidiano La Sicilia e leggo le poche righe con le quali manifestano speranze e progetti. A ciascuno di loro, come a tutte le ragazze e i ragazzi che in queste settimane compiranno l’importantissima scelta di iscriversi all’università, vorrei poter dire: –Il mondo è grande. Se a vent’anni non si avesse una gran voglia di conoscerlo spostandosi anche in posti lontani per fare nuove esperienze, sarebbe un disastro. Vedo però che la maggior parte di voi ha scelto di iniziare a costruire il proprio futuro qui, nell’antico Siculorum Gymnasium. Siamo fieri che vogliate scegliere l’Università degli Studi di Catania. Benvenuti!

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