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Lo Stato Sociale in un’intervista esclusiva per LiveUniCT

A tu per tu con Bebo e Carota de Lo Stato Sociale, band rivelazione che si è esibita a Catania lo scorso 12 dicembre.

Vengono da Bologna, macinano tutto ed il suo contrario, risputandolo con groove elettronici, rime e melodie che ti si incollano al cervello. Dal vivo sono una forza della natura con un seguito in rapida crescita in tutta Italia. Stiamo parlando de Lo Stato Sociale, in esclusiva per LiveUniCT.

Come mai la scelta di questo nome?

“Nasce per caso come la stragrande maggioranza delle cose che facciamo – scherzano ovviamente (o forse no). Il primo nome, quello con cui abbiamo fatto il primo concerto, era Thomas Doll: uno dei pochi calciatori a militare sia nella Germania Est che in quella riunificata… Ci piaceva, dava l’idea di larghe vedute. Qualche tempo dopo – continua Bebo –  in un concerto al parco, abbiamo suonato una canzone che non abbiamo inciso (‘Giro di vite’) in cui vi è un verso che fa: ‘Fidati di noi stato sociale’ e così Albi e Lodo hanno valutato che questo nome fosse più attinente alle nostre persone e soprattutto a ricoprire un vuoto di mercato in Italia. In Francia ci saremmo chiamati bidet. E se fossimo nati a Catania? Cosa manca a Catania? Forse Strisce Pedonali…”.

La vostra popolarità è aumentata in maniera rapida e disarmante, grazie anche al web e ai social…

“Non so come sia successa questa cosa, la crescita della pagina facebook intendo. Con duecento concerti è normale che aumentino i ‘mi piace’, ma per assurdo l’incremento esponenziale è avvenuto a fine tour (mancanza, vuoto di mercato?). Aneddoto a riguardo è che inizialmente Lodo caricava delle fotine con le frasi e molti non sapevano nemmeno che Lo Stato Sociale fosse un gruppo credendo che fosse solo che una delle solite paginette che trovi su facebook”.

Il successo de Lo Stato Sociale – oltre che alla simpatia – è dovuto alla musica che fate, che presenta venature di elettronica e che senza dubbio piace. A tal proposito, quanto è importante l’elettronica nella musica moderna ed è necessaria per affermarsi al giorno d’oggi?

“Non so quanto sia stata una scelta voluta, la nostra, oppure sia stato il mondo dell’elettronica ad avvolgerci non appena abbiamo fatto un passettino al suo interno. Le nostre melodie nascono da un accorpamento, non da una grandissima ricerca in senso elettronico. Per certi versi è stata una necessità, i pezzi ci piacevano così come suonavano. È stata una fortuna andare verso un metodo che non è il classico bensì l’elettronico: un tratto distintivo forte, in un momento in cui le rock band non stavano più funzionando in un certo senso. Inoltre la musica elettronica ha dato già tanto, infatti notiamo sempre più spesso la presenza di sonorità acustiche al suo interno: torniamo dunque al discorso di prima dell’accorpamento di elettronica e strumenti. Bisogna avere una visione aperta, negare una cosa rispetto all’altra leva a te stesso una possibilità che è un fattore arricchente”.

Canzone a cui siete più legati di quest’ultimo album?

“Io, te e Carlo Marx, perché è un operazione musicale-linguistica importante. È un pezzo ‘tirone’ – che letteralmente butta giù e fa saltare la gente – e parla d’amore non vincolandosi ad una storia personalissima. Fare una cosa del genere senza i classici pianoforte e chitarra acustica, ovvero il metodo classico, ottenendo un risultato soddisfacente riempie d’orgoglio”.

Due parole sulle difficoltà che hanno le band ad emergere in Italia, rispetto ai singoli e a coloro che sono frutto dei talent show…

“Non è un problema di singoli e band, ad esempio Vasco Brondi e Dente sono dei singoli che si sono costruiti una band attorno. La questione – afferma Carota è di approccio alla materia: prendi lo strumento per ca**eggiare, fai dei concerti, dopo un tot di concerti fai un album e ti chiedi a chi lo mando? Chi c’è in Italia. Per i primi due anni e mezzo abbiamo fatto tutto in casa non cercando nessun appoggio esterno in quanto è difficile trovare chi lo faccia veramente bene. Un giovane o una band hanno tutti i mezzi all’interno di un computer per fare un lavoro che li porti a spasso e soprattutto rompere il c**** a tutti! Senza vergogna. Noi facevamo i concerti che non avevamo nemmeno le canzoni. Non bisogna avere paura di nulla, andare avanti e tirare l’acqua al proprio mulino con forza facendo il c*** con l’umiltà del caso. Non ci sono motivi perché sì o perché no, è sempre una concomitanza di ‘bravo’ e botte di ‘fortuna’. Per quanto riguarda i talent, non producono niente e i testimoni sono le persone che non vanno ai loro concerti. Levando qualche eccezione, due/tre date in estate: questa è la loro vita artistica. Lo svarione tra esposizione mediatica e buchi di persone che non li va a seguire è assurdo. Il loro non è un pubblico educato all’ascolto della musica fuori di casa: va bene in tv, in radio, ma di fatto il concerto non esiste e dato che per noi la musica sono i live, fai tu…”.

Ultima domanda: cosa vi aspettate col concerto al Barbara?

“Un gran macello!”. Posso confermare che la previsione è stata più che rispettata!

A proposito dell'autore

Edward Agrippino Margarone

Edward Agrippino Margarone nasce nell'estate di Italia '90. Cresce a Mineo dove due grandi passioni cominciano a stregarlo: la Musica e lo Sport (in particolare il calcio). In pianta stabile a Catania, il suo nome è sinonimo di concerto: se andate a un live, con ogni probabilità, lo trovate lì da qualche parte. Giornalista e laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni, coordina la redazione di LiveUnict.

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