
Il dato più preoccupante riguarda circa 340mila ragazzi che, nel 2022, dichiaravano di non incontrare mai gli amici di persona. Una cifra che invita a riflettere su un fenomeno complesso: quello degli hikikomori, giovani che si ritirano dalla vita sociale fino a vivere, nei casi più gravi, in una condizione di isolamento prolungato. Attenzione, però: non tutti gli adolescenti solitari sono hikikomori, ad oggi in Italia si stimano circa 200mila casi, ma comprendere i segnali di disagio può essere fondamentale per intervenire tempestivamente.
La ricerca condotta dai ricercatori del CNR ha confrontato le abitudini relazionali degli adolescenti italiani nel 2019 e nel 2022, prendendo in esame un campione di ragazze e ragazzi tra i 14 e i 19 anni. Il quadro emerso mostra un cambiamento significativo nel modo in cui i giovani si rapportano alla famiglia e agli amici. Nel 2019, il 35,2% degli adolescenti apparteneva al gruppo definito dei Social Butterflies, caratterizzato da relazioni frequenti sia con i familiari sia con i coetanei. Nel 2022 la percentuale è salita al 38,5%. Ben diverso l’andamento del gruppo Friendship-Centric, composto da ragazzi con una rete sociale concentrata soprattutto sulle amicizie: dal 49% si è passati al 22,1%.
A crescere maggiormente è stato invece il gruppo dei Lone Wolves, giovani con relazioni più limitate sia in famiglia sia fuori casa, passato dal 15,8% al 39,4%. Il dato più delicato riguarda proprio la riduzione dei contatti in presenza: tra questi adolescenti, la quota di chi non incontrava mai gli amici di persona è aumentata dal 5,6% al 9,7% della popolazione studiata. Rapportata alla platea nazionale dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni, questa percentuale corrisponde a circa 340mila giovani. È importante precisare che si tratta di una stima relativa all’assenza di incontri con gli amici, non del numero accertato di hikikomori. L’isolamento sociale, infatti, può avere cause e intensità differenti e non coincide automaticamente con una condizione di ritiro sociale patologico.
La parola hikikomori deriva dal giapponese e indica, in sostanza, il ritirarsi dalla vita sociale. Il termine è stato utilizzato per descrivere persone che interrompono progressivamente le relazioni dirette, rinunciano alle attività scolastiche o lavorative e trascorrono lunghi periodi chiuse in casa, talvolta quasi esclusivamente nella propria stanza. Il fenomeno è stato studiato inizialmente soprattutto in Giappone, ma oggi è riconosciuto come una forma di disagio presente anche in altri Paesi, Italia compresa. Il ritiro può iniziare con l’evitamento delle uscite, il rifiuto della scuola, la perdita d’interesse per le amicizie o una crescente difficoltà a sostenere le aspettative sociali.
Nei casi più gravi, i contatti con il mondo esterno diventano estremamente limitati e possono interrompersi anche le relazioni con i familiari. Non basta, tuttavia, preferire la solitudine o trascorrere molto tempo online per parlare di hikikomori. Gli specialisti valutano la durata e l’intensità dell’isolamento, le sue conseguenze sulla vita quotidiana e l’eventuale presenza di altri problemi psicologici. Anche la durata di sei mesi, spesso citata nella letteratura sul fenomeno, non deve essere utilizzata da sola come criterio per formulare una diagnosi. È il quadro complessivo, insieme alla valutazione professionale, a permettere di comprendere la natura del disagio e il tipo di aiuto necessario.
Non esiste una causa unica che spieghi il ritiro sociale. Spesso si tratta dell’intreccio di fattori personali, familiari, scolastici e sociali che, sommati, possono rendere sempre più difficile affrontare la vita quotidiana. Tra gli elementi che meritano attenzione ci sono:
Per alcuni ragazzi, la scuola può diventare un ambiente vissuto con ansia e sofferenza; evitare le lezioni e gli incontri con gli altri può apparire inizialmente come una forma di protezione, ma con il tempo rischia di rafforzare la distanza dal mondo esterno. Anche le dinamiche familiari e il clima relazionale possono avere un ruolo, senza che questo significhi attribuire automaticamente ai genitori la responsabilità del problema. In questo contesto si inserisce il rapporto con Internet e i videogiochi: possono rappresentare una delle poche occasioni di contatto con gli altri, un rifugio dalle difficoltà quotidiane oppure, in alcuni casi, contribuire a mantenere l’isolamento.
Non è corretto, però, considerarli sempre la causa del fenomeno. Per capire che cosa stia accadendo a un adolescente bisogna guardare alla sua storia personale, alle relazioni e al modo in cui vive la propria condizione. Dietro una porta chiusa possono esserci sofferenza, paura, vergogna o la sensazione di non riuscire più a trovare un posto nel mondo.
Il ritiro sociale raramente si comprende attraverso un singolo comportamento. È più utile osservare i cambiamenti che si accumulano nel tempo: un ragazzo che smette di incontrare gli amici, evita sistematicamente la scuola, rinuncia alle attività che prima gli interessavano e riduce sempre di più le occasioni di contatto diretto potrebbe stare attraversando una fase di difficoltà che merita attenzione. Anche irritabilità, alterazioni del ritmo sonno-veglia e un progressivo disinteresse per la vita quotidiana possono accompagnare il disagio, pur non essendo segnali esclusivi dell’hikikomori. Di fronte a questi cambiamenti, rimproveri, minacce e pressioni insistenti rischiano di aumentare la chiusura. È preferibile mantenere un dialogo aperto, senza giudicare, cercando di capire che cosa renda così difficile affrontare le relazioni e le attività esterne.
Se l’isolamento persiste o compromette la vita scolastica, familiare e personale, è opportuno rivolgersi a uno psicologo o a un altro professionista della salute mentale con esperienza in adolescenza e ritiro sociale. Anche i genitori possono aver bisogno di sostegno per affrontare la situazione senza trasformare ogni tentativo di avvicinamento in uno scontro. Associazioni come Hikikomori Italia ETS offrono informazioni e iniziative di supporto dedicate ai ragazzi e alle loro famiglie. La sfida è intervenire senza stigmatizzare, riconoscendo che dietro l’isolamento non c’è necessariamente una scelta semplice o definitiva, ma può esserci un disagio che richiede ascolto, tempo e un percorso adeguato.
Intercettare precocemente le difficoltà significa offrire ai giovani la possibilità di ricostruire, gradualmente, un rapporto con gli altri e con il proprio futuro. Perché dietro una porta chiusa non c’è necessariamente un ragazzo che non vuole più avere a che fare con gli altri: potrebbe esserci qualcuno che non sa più come riuscire a farlo.
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