
Ci sono momenti in cui per capire davvero i nostri genitori dobbiamo smettere di guardarli con gli occhi dei figli. È forse questa la sfida più profonda di La bambina del miracolo. Storia della mia mamma geniale, il libro con cui Myrta Merlino entra nella vita di Annamaria Palermo, sua madre, e insieme in quella di un intero secolo. Non è soltanto il racconto di una donna fuori dagli schemi, né una semplice memoria familiare. È il tentativo, a tratti doloroso, di restituire a una madre ciò che spesso i figli le negano inconsapevolmente: la possibilità di essere una persona prima ancora che una madre.
Annamaria è stata una sinologa, un’intellettuale, una donna innamorata della Cina e della libertà, una protagonista delle trasformazioni culturali del Novecento. Ma per Myrta, prima di tutto, è stata quella madre capace di essere straordinaria e terribilmente assente, amatissima e difficile da comprendere. Ed è proprio dentro questa contraddizione che il libro trova la sua forza.
Annamaria Palermo nasce nel 1943, a Cesa, in provincia di Caserta, e cresce nella Napoli del dopoguerra. Una città ferita dalla povertà ma anche attraversata da una straordinaria vivacità culturale, dove la tradizione convive con la voglia di rompere gli argini. Studia all’Università Orientale di Napoli, prosegue la propria formazione a Parigi e si dedica alla lingua e alla cultura cinese, fino a diventare una studiosa della Cina e della letteratura cinese del Novecento. Ma ridurre Annamaria alla sua biografia intellettuale significherebbe perdere il cuore del libro. Perché la sua storia è soprattutto quella di una donna che non accetta di essere contenuta dentro un’unica identità.
È madre, moglie, studiosa, viaggiatrice, militante, donna innamorata e donna inquieta. Attraversa il Sessantotto, il maoismo, la disillusione politica, il femminismo, gli anni della contestazione e poi quelli della New York degli anni Ottanta. Vuole conoscere il mondo e, soprattutto, vuole sentirsi libera di attraversarlo. Ma ciò che per lei rappresenta libertà, per una figlia può assumere il volto dell’abbandono. È questo il paradosso che Myrta deve affrontare: la stessa scelta può essere, contemporaneamente, un atto di emancipazione per chi la compie e una ferita per chi la subisce.
Fausto Bertinotti, durante l’incontro, ha colto con precisione la struttura profonda del libro, definendolo come un’opera che contiene in qualche modo tre libri diversi. Il primo è la storia di Annamaria, della sua passione per la Cina, dell’attrazione iniziale per il maoismo e della successiva disillusione, fino alla scelta di una libertà sempre più personale, anarchica e libertaria. Il secondo è il grande racconto del Novecento: la Napoli del dopoguerra, le trasformazioni sociali, la generazione del Sessantotto, Parigi, le speranze rivoluzionarie, gli anni Ottanta e una New York che appare come il simbolo di un mondo proiettato verso il futuro, ma già attraversato dalle sue nuove paure.
Il terzo è il libro più intimo: quello della bambina e poi della donna che osserva la propria madre e cerca di darle un senso:
«Mi ha parlato di un mondo, una lettura per quadri come al teatro, una scena dona un elemento che consegue l’altra, una storia che sta tra la vita e la morte», ha osservato Bertinotti.
Ed è proprio questa dimensione teatrale a rendere il racconto potente: la vita di Annamaria non viene raccontata come una linea ordinata, ma come una successione di scene, luoghi, passioni e fratture che compongono lentamente il ritratto di una persona.
È però nel rapporto tra Myrta e Annamaria che il libro smette di essere soltanto il ritratto di una donna del Novecento e diventa una storia universale. Per una bambina, infatti, la libertà di una madre può essere difficile da comprendere. Quando gli altri bambini trovano la propria madre all’uscita da scuola, Myrta impara invece ad aspettare telefonate intercontinentali. Quando gli altri costruiscono l’immagine rassicurante di un genitore sempre presente, lei cresce accanto a una donna che parte, torna, studia, ama, sceglie e continua a inseguire il proprio bisogno di vita.
La ferita non viene cancellata nel libro e non viene nemmeno trasformata in una facile celebrazione della madre. Merlino conserva la complessità del rapporto, compresi i sentimenti più scomodi. È proprio questa onestà a rendere il racconto credibile. Perché comprendere non significa necessariamente assolvere. Significa, piuttosto, provare a spostare lo sguardo. La bambina vede una madre che manca; l’adulta comincia a vedere una donna che cerca se stessa. E tra queste due immagini non c’è una verità che cancella l’altra: ci sono due prospettive che possono finalmente convivere.
È forse qui che emerge il lascito più importante di Annamaria. Non tanto ciò che ha fatto, quanto ciò che ha insegnato alla figlia attraverso il proprio modo, spesso imperfetto, di stare al mondo. Questa oscillazione tra la vita e la morte attraversa tutto il libro:
«Mia mamma mi ha insegnato l’autonomia di giudizio, il senso critico, la libertà, di seguire i desideri», racconta Myrta Merlino.
E quella parola, “desideri”, diventa centrale. Perché per la generazione di Annamaria il desiderio rappresentava anche la possibilità di andare oltre il semplice bisogno, di immaginare una vita diversa da quella già tracciata. Ma c’è una seconda libertà, forse ancora più difficile, che il libro suggerisce: quella di lasciare liberi i propri genitori di essere persone. Myrta racconta infatti che il libro è nato anche grazie alla generosità del padre, che ha accettato che venisse raccontata una parte della propria storia insieme a quella della moglie:
«Questo libro nasce dalla generosità di mio padre: senza il suo consenso non l’avrei pubblicato, perché ripercorre anche la sua vita di uomo intelligente che non ostacola e fa sì che sua moglie sia libera di vivere come meglio crede», spiega Merlino. In queste parole c’è un’intera idea dell’amore: non possedere l’altro, nemmeno quando le sue scelte fanno male.
Ed è forse questa la domanda che il libro lascia al lettore: quanto conosciamo davvero i nostri genitori?
Li giudichiamo attraverso il ruolo che hanno avuto nella nostra vita e spesso pretendiamo che coincidano con quel ruolo. Una madre deve essere presente, un padre deve proteggere, un insegnante deve essere un modello, un adulto dovrebbe sapere sempre cosa fare. Ma la realtà è un’altra: dietro ogni ruolo c’è una persona che sta cercando, spesso faticosamente, di vivere la propria vita. Una persona che può amare e sbagliare nello stesso momento, che può compiere scelte giuste per sé e dolorose per gli altri, che può essere fragile mentre noi la immaginiamo invincibile.
È questo il passaggio più maturo del libro di Myrta Merlino: non chiedere più ad Annamaria di essere soltanto sua madre, ma provare a incontrarla finalmente come donna. Non significa dimenticare le ferite dell’infanzia. Significa riconoscere che quelle ferite non esauriscono la persona che le ha provocate. Forse diventare adulti significa proprio questo: smettere di guardare i propri genitori dal basso, con gli occhi assoluti dell’infanzia, e cominciare a guardarli alla pari. Non più soltanto come madri e padri, ma come uomini e donne alle prese con le proprie paure, con i propri desideri e con le proprie contraddizioni. Perché prima di essere i nostri genitori, sono stati e continuano a essere semplicemente persone.
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