
A Catania, intanto, i Fighting Horses stanno facendo quello che inevitabilmente fanno le grandi opere monumentali quando entrano nello spazio pubblico: dividono, incuriosiscono, provocano discussioni e contrapposizioni. Due giganteschi cavalli di bronzo nel cuore di piazza Università non potevano passare inosservati. C’è chi li considera una possibile nuova icona della città e chi, al contrario, ne contesta l’impatto visivo nel cuore del barocco catanese. In mezzo ci sono l’ironia dei social, i doppi sensi legati alla tradizione della carne equina di via Plebiscito, le discussioni sulla collocazione e una domanda forse ancora più interessante delle polemiche sulla loro presenza: che cosa succede al significato di un’opera quando viene sottratta al territorio per il quale era stata immaginata e trasferita altrove?
Fighting Horses, realizzata nel 2019 in bronzo patinato, raffigura due cavalli che si sollevano sulle zampe posteriori fino a toccarsi con quelle anteriori. Un gesto di grande energia, riconducibile al rituale di corteggiamento tra un maschio e una femmina, nel quale la possente muscolatura degli animali convive con l’eleganza del movimento. Otto metri di altezza e quattordici di larghezza fanno dell’opera una presenza impossibile da ignorare. Ma per comprendere davvero quei cavalli bisogna tornare a Vittoria. Arturo Di Modica nacque proprio lì, il 14 dicembre 1941, e il rapporto con la sua terra d’origine rimase indissolubile per tutta la vita.Negli ultimi anni della sua vita, trascorsi proprio a Vittoria, era ancora possibile incontrarlo, ascoltare quella straordinaria quantità di idee e assistere alla nascita di progetti grandiosi pensati per il territorio.
” Ho completato due cavalli in bronzo, maschio e femmina, da otto metri che si uniscono in un arco. Li ho chiamati Fighting Horses, cavalli combattenti. Si tratta di un prototipo che venderò per finanziare quelli da 40 metri ( Wild Horses), da piazzare sopra il fiume Ippari che costeggia Vittoria, la mia città, è il regalo che voglio lasciare la mia terra. Perché uno come me, che ha vissuto per 45 anni a New York, ma prima ancora a Firenze e ovunque mi portasse il cuore, le mie radici non portò mai dimenticarle”. Arturo di Modica
Tra questi c’era Wild Horses, il sogno dei Cavalli Ipparini: due enormi cavalli, alti quaranta metri, da collocare alle sponde del fiume Ippari, nel territorio di Vittoria, nella valle che attraversa il territorio vittoriese fino alla frazione di Scoglitti. Un progetto mai realizzato, nato dall’ambizione di restituire alla propria terra un’opera monumentale capace di dialogare con il paesaggio. Fighting Horses rappresentava il prototipo di quella visione. Per questo oggi, osservando i due cavalli a Catania, non si può fare a meno di considerare anche ciò che rappresentavano prima di arrivare in piazza Università: non soltanto un’opera d’arte, ma una traccia concreta di un sogno che Di Modica aveva immaginato per la propria terra.
La scelta di piazza Università è stata fortemente voluta dall’amministrazione catanese e dal sindaco Enrico Trantino, che ha letto nei due cavalli un potente simbolo di riscatto e di aspirazione verso qualcosa di più alto. Il riferimento è anche al rapporto problematico che Catania ha avuto e continua ad avere con il mondo equestre: dalle stalle abusive alle corse clandestine, fino alla tradizione della carne di cavallo che da generazioni appartiene alla cultura gastronomica cittadina. La monumentalità dei cavalli viene così proposta come una diversa rappresentazione dell’animale: non quello delle cronache, delle illegalità o della tavola, ma il cavallo nobile, potente, libero, proiettato verso il cielo.
È una narrazione possibile. Ma non è l’unica.
Perché piazza Università non è uno spazio urbano neutro. È uno dei luoghi simbolicamente più importanti di Catania, nel cuore del centro storico barocco, dominato dalle architetture che raccontano secoli di storia cittadina. E soprattutto ospita l’Università di Catania, la più antica della Sicilia, fondata nel 1434. Per molti catanesi quella piazza è quindi legata innanzitutto alla storia dell’ateneo, alla formazione, alla cultura e alla memoria personale di generazioni di studenti. Da qui nasce la critica di chi ritiene che la monumentalità contemporanea finisca per alterare le armonie prospettiche della piazza o per coprire, almeno visivamente, il prospetto dell’Università. È una posizione che merita di essere ascoltata senza trasformarla automaticamente in un rifiuto dell’arte contemporanea. Si può apprezzare un’opera e, contemporaneamente, interrogarsi sulla sua collocazione.
Qualcuno ha suggerito il piazzale della Villa Bellini, altri il cortile di Palazzo Platamone, altri ancora un’area pedonale del centro storico o piazza Federico di Svevia. C’è chi ha indicato il nuovo parco della Repubblica nell’area della cosiddetta City di Corso Sicilia, ritenendo che proprio quel contesto economico e contemporaneo avrebbe potuto creare un dialogo particolarmente significativo con un’opera legata, anche nella sua storia, al Charging Bull newyorkese. Non esiste, in fondo, una collocazione contemporanea che possa essere considerata astrattamente perfetta. Ma la domanda sulla compatibilità tra opera e luogo è assolutamente legittima. Perché nell’arte pubblica il luogo non è un semplice piedistallo: diventa parte dell’opera stessa.
Poi c’è Catania, quella vera, quotidiana, popolare. Ed è qui che i Fighting Horses hanno prodotto inevitabilmente anche una quantità di ironia. Due enormi cavalli in bronzo nel centro della città sono diventati terreno fertile per battute, meme e doppi sensi legati alla celebre tradizione della carne equina, soprattutto nell’area di via Plebiscito. Fa parte del gioco. Una scultura monumentale entra improvvisamente nello spazio pubblico e, nel momento stesso in cui viene consegnata ai cittadini, smette in qualche modo di appartenere soltanto all’artista. Diventa materia di discussione popolare. E Catania, con il suo rapporto complesso con il cavallo, offre un contrasto quasi inevitabile.
Da una parte l’animale celebrato nella sua forma più nobile, attraverso la tensione muscolare e l’eleganza di due figure monumentali; dall’altra il cavallo che appartiene alla gastronomia, alle tradizioni popolari e, in una dimensione completamente diversa e drammatica, alle cronache sulle corse clandestine. Il sindaco ha scelto consapevolmente di valorizzare proprio il primo significato, proponendo i cavalli come simbolo di aspirazione e di riscatto. Ma un’opera pubblica non può controllare tutte le interpretazioni che genera. Può essere pensata con un determinato messaggio e poi essere riletta dalla città attraverso il proprio linguaggio, la propria memoria e persino la propria ironia.
È lo stesso meccanismo per cui una grande opera contemporanea può essere contemporaneamente celebrata da chi la considera un nuovo simbolo urbano e criticata da chi la vede come un corpo estraneo. Nessuna delle due reazioni, da sola, esaurisce il significato dell’opera. E forse proprio questa è la funzione più interessante dell’arte nello spazio pubblico: costringere una comunità a discutere di ciò che considera bello, identitario, opportuno, contemporaneo o coerente con la propria storia.
C’è però un’altra questione che merita attenzione e che va oltre il caso dei Fighting Horses: come viene gestita l’arte pubblica dopo l’inaugurazione?
Catania possiede un patrimonio artistico e culturale enorme, ma negli anni non sono mancati esempi che mostrano quanto sia difficile trasformare un’installazione contemporanea in patrimonio urbano duraturo. Abbiamo visto il grande Cero di Arnaldo Pomodoro andare letteralmente in fumo nel giro di poche ore durante l’amministrazione Bianco, fino all’intervento dei Vigili del Fuoco. Abbiamo visto i silos del porto trasformarsi in una straordinaria galleria d’arte a cielo aperto, con interventi di diversi artisti, tra cui Vhils, e poi confrontarsi inevitabilmente con il deterioramento provocato dal tempo e dagli agenti atmosferici. Abbiamo visto anche gli elefantini colorati del progetto Liotru d’Autore by glo, comprese opere di Salvo Ligama, mostrare nel tempo segni di deterioramento della vetroresina. Sono episodi differenti tra loro, con storie e responsabilità diverse, ma pongono tutti una questione comune: commissionare, finanziare e inaugurare un’opera è soltanto l’inizio.
La vera prova per una città consiste nella capacità di conservarla, restaurarla, proteggerla e inserirla realmente nel proprio patrimonio culturale.Altrimenti il rischio è che l’arte pubblica si trasformi in una successione di inaugurazioni: grande visibilità nei primi mesi, fotografie, comunicati, eventi, dichiarazioni solenni e poi, lentamente, l’abbandono. E proprio per questo la discussione sulla collocazione dei Fighting Horses dovrebbe forse essere accompagnata da una riflessione ancora più ampia: se Catania decide di fare dell’opera una presenza stabile e significativa della propria identità urbana, quale progetto di conservazione e valorizzazione accompagnerà questa scelta negli anni?
Il trasferimento è stato presentato come un’occasione di valorizzazione dell’opera e come la possibilità di darle una diffusione maggiore, portandola nel cuore di una grande città siciliana e davanti a un pubblico molto più ampio. È una motivazione comprensibile. Ma rimane aperto il tema del rapporto tra l’opera e il territorio originariamente immaginato dall’artista. Per un vittoriese, quei cavalli non sono soltanto due monumentali figure in bronzo. Sono legati a un artista nato in quella città, alla valle dell’Ippari, a un progetto di quaranta metri mai realizzato e a un’idea di appartenenza territoriale che Di Modica aveva coltivato per tutta la vita. Per questo il loro arrivo a Catania ha inevitabilmente suscitato interrogativi e perplessità anche nel territorio d’origine dell’artista.
E qui emerge la questione più interessante di tutta la vicenda: quando un’opera viene spostata dal territorio per il quale era stata pensata, chi ne decide il nuovo significato? L’artista? La famiglia? Le istituzioni? Il luogo che la accoglie? Oppure, alla fine, è il pubblico a riscriverne il senso?
Non è necessario trasformare queste domande in una polemica. Anzi, forse sarebbe più utile utilizzarle per aprire un confronto serio sul destino delle opere di Di Modica e, più in generale, sull’arte pubblica siciliana. Perché Arturo Di Modica, morto nel 2021, non è stato soltanto l’autore del Toro di Wall Street. È stato un artista siciliano che, nonostante il successo internazionale, ha continuato a rivendicare con orgoglio le proprie origini. Il suo rapporto con Vittoria è rimasto una parte essenziale della sua identità e dei suoi progetti. Wild Horses, con quei giganteschi Cavalli Ipparini mai arrivati alla foce dell’Ippari, rappresentava forse la forma più evidente di questo legame. Oggi il prototipo di quel sogno è a Catania.
Si tratta di capire cosa accade al significato di un’opera quando cambia il luogo per il quale era stata concepita. A Catania i Fighting Horses possono diventare una nuova immagine urbana. Ma restano anche il frammento di un sogno nato a Vittoria, sulle rive dell’Ippari, dalla mente di un artista che non aveva mai reciso il rapporto con la propria terra. E forse è proprio questa la storia che Catania dovrebbe raccontare insieme ai cavalli: non soltanto quella del monumento arrivato in piazza Università, ma quella di Arturo Di Modica, della Sicilia che portò a New York e del progetto dei Cavalli Ipparini rimasto incompiuto. Perché un’opera può cambiare città, ma la sua storia non cambia con essa.
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