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Tumori testa-collo, il prof. Cocuzza: «Dalla prevenzione alla diagnosi precoce, ecco cosa sapere»

Tumori testa-collo, sintomi, HPV, fumo e alcol: il prof. Cocuzza spiega perché la diagnosi precoce è decisiva e come fare prevenzione.

Parlare di prevenzione dei tumori testa-collo significa parlare anche del ruolo che la medicina universitaria e ospedaliera svolge ogni giorno accanto ai cittadini. A Catania questo impegno passa anche attraverso l’attività dell’Università degli Studi di Catania e dell’A.O.U. Policlinico-San Marco, realtà strettamente connesse nella formazione, nella ricerca, nell’attività clinica e nella prevenzione.

A raccontarci quanto sia importante riconoscere precocemente i segnali e intervenire sui principali fattori di rischio è il prof. Salvatore Giuseppe Cocuzza, Professore Associato di Otorinolaringoiatria dell’Università degli Studi di Catania e Dirigente Medico presso la Clinica Otorinolaringoiatrica dell’A.O.U. Policlinico-San Marco di Catania. Il prof. Cocuzza è inoltre Direttore della Scuola di Specializzazione in Otorinolaringoiatria dell’Università di Catania, ruolo che lo colloca nel punto di incontro tra formazione dei futuri specialisti, attività assistenziale e ricerca scientifica. La sua esperienza comprende oltre 150 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e più di 1.000 interventi chirurgici come primo operatore nell’ambito della chirurgia testa-collo.

Accanto a lui, nelle attività di prevenzione e screening realizzate presso il presidio San Marco, ha operato il dott. Claudio Andaloro, otorinolaringoiatra dell’A.O.U. Policlinico-San Marco, i cui principali ambiti di interesse comprendono la rinologia, la laringologia, l’otorinolaringoiatria pediatrica e la medicina del sonno. Il suo contributo si inserisce nel lavoro dell’Unità Operativa che, accanto alla diagnosi e al trattamento delle patologie, porta avanti anche un’importante attività di prevenzione rivolta alla popolazione.

È proprio all’interno di questo intreccio tra Università, ospedale, ricerca e territorio che si inserisce la partecipazione dell’Unità Operativa Complessa di Otorinolaringoiatria alla Make Sense Campaign, la campagna nazionale dedicata alla prevenzione e alla diagnosi precoce dei tumori testa-collo. Un’iniziativa che ha coinvolto i presidi Policlinico e San Marco, aprendo le porte delle strutture sanitarie ai cittadini e offrendo un’occasione concreta per parlare di prevenzione.

L’obiettivo non è creare allarmismo, ma fare l’esatto contrario: trasformare la paura dell’ignoto in consapevolezza e la prevenzione in un’abitudine quotidiana. Perché conoscere i rischi, riconoscere i segnali e sapere quando rivolgersi a uno specialista significa anche avere maggiori strumenti per prendersi cura della propria salute.

Il tempo che passa e i segnali da non ignorare

Professore, partiamo dai sintomi. Molto spesso una raucedine, un mal di gola o una difficoltà a deglutire vengono considerati disturbi banali e si tende ad aspettare che passino. Quando, invece, è necessario prestare maggiore attenzione?

«In linea generale, un sintomo che persiste oltre diverse settimane deve essere considerato un campanello d’allarme. Il primo criterio che dobbiamo considerare è quindi quello temporale: la persistenza di un sintomo rappresenta una delle spie più fedeli e, sotto questo punto di vista, può essere un indicatore molto più sensibile rispetto al sintomo stesso. I sintomi correlati ai tumori testa-collo, infatti, sono spesso generici. Non abbiamo un sintomo specifico che possa dirci, da solo, che siamo di fronte alla potenziale presenza di una malattia neoplastica. La disfonia, per esempio, può essere associata a moltissime condizioni differenti, così come un dolore localizzato a livello della faringe.

Quello che deve farci prestare attenzione è soprattutto la persistenza. Se un sintomo continua per settimane e non tende a risolversi, oppure persiste nonostante un trattamento farmacologico, allora diventa un indicatore ancora più significativo e merita un approfondimento. Questo non significa naturalmente che una persona con una raucedine persistente debba pensare immediatamente a un tumore. Significa però che quel sintomo non dovrebbe essere semplicemente ignorato o trascinato per mesi senza cercarne la causa. La prevenzione passa anche da questo: ascoltare il proprio corpo e non sottovalutare ciò che persiste».

Un virus invisibile che ha cambiato il profilo della malattia

Fumo e alcol sono da sempre considerati i principali fattori di rischio. Oggi, però, si parla sempre più anche di HPV. Quanto è cambiato il quadro e perché questo virus rappresenta una minaccia così importante?

«Quando parliamo di tumori testa-collo dobbiamo innanzitutto ricordare i fattori di rischio tradizionali, che sono classicamente il tabagismo e il consumo di alcol. Parliamo di fattori ampiamente riconosciuti e il rischio è correlato anche alla quantità di esposizione: maggiore è il consumo di tabacco e alcol, maggiore è il rischio di sviluppare una neoplasia del distretto testa-collo. Si tratta quindi di due fattori sui quali dobbiamo continuare a fare prevenzione, perché sono ancora oggi molto presenti. Accanto a questi fattori tradizionali, però, abbiamo oggi un altro elemento che definirei un “nemico invisibile”: il virus del papilloma umano, l’HPV.

Alcuni sierotipi, in particolare il 16 e il 18, sono riconosciuti come ad alto rischio oncogeno. Il loro ruolo è particolarmente importante per alcune sedi del cavo orale e dell’orofaringe: lingua, gengive, guance, regione retromolare, tonsille, base della lingua e alcune pareti della faringe. L’aspetto particolarmente interessante è che l’HPV ha modificato quella che potremmo definire la geografia del tumore testa-collo. I tumori tradizionalmente correlati ad alcol e tabacco interessano prevalentemente pazienti nella sesta e settima decade di vita. Le forme HPV-correlate possono invece interessare anche fasce d’età più giovani, compresi i quarantenni e i cinquantenni.

Questo significa che è cambiata non soltanto la geografia cronologica della malattia, ma anche il quadro epidemiologico. L’infezione da HPV è infatti molto diffusa e può essere difficile da riconoscere, perché spesso non produce manifestazioni immediatamente evidenti. Ecco perché oggi sono fondamentali le campagne di informazione e le campagne vaccinali. La prevenzione deve iniziare prima che ci sia una malattia da curare.»

Vedere prima per curare meglio

Quanto è importante, quindi, lo screening? E cosa significa concretamente individuare una lesione in una fase iniziale?

«La nostra Unità Operativa Complessa aderisce da diversi anni alle campagne di prevenzione. Parliamo di uno screening primario, quindi di una forma di screening rivolta alla popolazione e non soltanto alle persone che presentano già fattori di rischio o sintomi iniziali. Questo è un aspetto fondamentale. Il nostro compito non è esclusivamente quello di curare una malattia quando si manifesta, ma anche quello di prevenirla o, quando questo non è possibile, di cercare di identificarla il prima possibile. Lo screening permette di andare alla ricerca anche di piccole lesioni, comprese eventuali lesioni precancerose, che potrebbero non essere percepite dal paziente come un problema importante.

Una volta individuato un elemento sospetto, sarà poi il percorso diagnostico a stabilire quali accertamenti siano necessari. Possiamo utilizzare l’endoscopia, attraverso strumenti rigidi o flessibili, per osservare le strutture interessate. In presenza di una lesione che lo richieda, possiamo procedere con una biopsia, che consente di analizzare il tessuto e arrivare a una diagnosi precisa. In altri casi possono essere necessari esami radiologici, come ecografia, TAC o risonanza magnetica, per valutare l’estensione della malattia. L’obiettivo fondamentale è comunque quello di intercettare una eventuale patologia quando è ancora in una fase iniziale.

Quando la malattia viene identificata in una fase iniziale e non c’è interessamento linfonodale, abbiamo generalmente una prognosi più favorevole e possibilità terapeutiche differenti rispetto a una malattia diagnosticata in fase avanzata. Per questo la diagnosi precoce rende più semplici ed efficaci le terapie da attuare, siano esse mediche o chirurgiche».

Quando la prevenzione diventa incontro con il territorio

La vostra Unità Operativa partecipa da anni alle campagne di prevenzione. Quest’anno avete riscontrato una maggiore partecipazione da parte dei cittadini?

«Devo dire che abbiamo registrato una maggiore affluenza nei nostri ambulatori e nelle giornate dedicate allo screening. Questo è un dato importante perché dimostra che il cittadino è oggi maggiormente consapevole dell’esistenza di questo tipo di neoplasie e dell’importanza di sottoporsi a una valutazione. Negli anni passati abbiamo aderito alle iniziative proposte dall’Associazione Italiana di Otorinolaringoiatria e dalle realtà che promuovono la prevenzione. Anche quest’anno abbiamo ritenuto doveroso offrire questo servizio alla popolazione.

La nostra attività non si limita agli aspetti terapeutici. Ci occupiamo anche di prevenzione, e prevenzione significa corretta informazione, identificazione dei comportamenti a rischio e riconoscimento precoce di eventuali lesioni. Le campagne mediatiche, i social e i canali di informazione svolgono oggi un ruolo importante perché permettono di raggiungere un numero molto elevato di persone. Ma noi, come professionisti sanitari, abbiamo il dovere di rafforzare quel messaggio e di aprire le porte delle nostre strutture alla popolazione. Un aumento macroscopico che abbiamo osservato è quindi un segnale positivo di una maggiore consapevolezza».

Alle attività svolte presso il presidio San Marco ha partecipato anche il dott. Claudio Andaloro, contribuendo concretamente alle giornate di screening promosse dall’Unità Operativa. L’obiettivo è proprio quello di portare la prevenzione vicino al cittadino. Non soltanto dire alle persone che devono fare prevenzione, ma creare concretamente le condizioni perché possano farla. È un passaggio significativo: la prevenzione non può essere soltanto una responsabilità individuale. Richiede anche servizi accessibili, informazione corretta e professionisti pronti a intercettare precocemente ciò che merita attenzione.

Oltre la settimana dello screening: la prevenzione come scelta quotidiana

La prevenzione non dovrebbe durare una settimana, ma diventare un’abitudine. Se dovesse lasciare ai nostri lettori un solo messaggio sui tumori testa-collo, qualcosa che tutti dovremmo sapere e mettere in pratica, senza vivere con la paura della malattia, quale sarebbe?

«Indubbiamente la nostra azione preventiva deve continuare a essere rivolta verso i fattori di rischio ampiamente riconosciuti: alcol e fumo di sigaretta. Sono i nemici storici, ma sono ancora presenti. Sul tabagismo dobbiamo inoltre considerare l’evoluzione dei dispositivi utilizzati per assumere nicotina e il fenomeno dello svapo. Anche su questo fronte siamo impegnati attraverso l’attività del Centro antifumo universitario, dove portiamo avanti non soltanto un’azione preventiva, ma anche attività di ricerca sulle patologie correlate al tabacco a livello delle alte vie respiratorie. Il tabacco, infatti, non è soltanto cancerogeno: può avere anche un’azione infiammatoria sulle vie respiratorie, sia superiori sia inferiori.

Poi c’è l’alcol. È un fenomeno molto diffuso e dobbiamo prestare particolare attenzione anche alle fasce più giovani. Su questo tema serve un’azione che coinvolga non soltanto noi medici, ma anche le istituzioni e tutti coloro che hanno responsabilità nell’educazione e nella prevenzione.

E poi abbiamo il cosiddetto “nemico invisibile”, l’HPV. Qui la prevenzione deve passare attraverso l’informazione, comportamenti consapevoli e soprattutto attraverso gli strumenti di prevenzione disponibili, tra cui la vaccinazione. Quindi il nostro messaggio è: prevenzione. Non soltanto attraverso queste giornate, ma attraverso un’educazione continua del cittadino, che deve conoscere i fattori di rischio tradizionali e quelli meno conosciuti».

Prevenire significa conoscere. Significa sapere che fumo e alcol continuano a rappresentare fattori di rischio importanti, conoscere il ruolo dell’HPV e gli strumenti di prevenzione disponibili, ma anche imparare ad ascoltare il proprio corpo. Una raucedine persistente, un dolore che non passa, una difficoltà nella deglutizione o una lesione del cavo orale che continua nel tempo non devono diventare automaticamente motivo di allarme: devono però diventare un motivo per chiedere un parere medico.»

E in questo percorso il lavoro dell’équipe dell’A.O.U. Policlinico-San Marco assume un valore che va oltre la singola campagna. Il contributo del prof. Cocuzza, insieme a quello del dott. Claudio Andaloro nelle attività di screening presso il presidio San Marco, testimonia infatti l’importanza di un approccio alla medicina che non si fermi alla cura, ma parta prima, dall’informazione e dalla diagnosi precoce. Perché, in fondo, la prevenzione non vive nell’emergenza, ma nella consapevolezza quotidiana: conoscere i rischi, ascoltare il proprio corpo e agire per tempo.

Dalila Battaglia

Studentessa di Giurisprudenza con la penna affilata e uno sguardo curioso sul mondo. Unendo la passione del diritto alla scrittura giornalistica, crede che la giustizia sia la chiave per un futuro più equo, dove le leggi siano strumenti di cambiamento e protezione, e non di esclusione.

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