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Sandro Pertini, la vita di un uomo che non si piegò al fascismo

Dalla prigione alla Presidenza della Repubblica, una storia italiana fatta di antifascismo, Resistenza e libertà.

Ci sono figure della storia italiana che finiscono nei libri e altre che, oltre ai libri, rimangono nell’immaginario collettivo. Sandro Pertini appartiene a entrambe le categorie. Fu socialista, antifascista, partigiano, detenuto politico, uomo delle istituzioni e infine Presidente della Repubblica. Ma ridurre la sua vicenda a un elenco di incarichi significherebbe perdere ciò che ancora oggi rende particolare la sua figura: la coerenza con cui attraversò alcune delle pagine più drammatiche del Novecento italiano senza rinunciare alle proprie convinzioni. Nato a Stella, in provincia di Savona, il 25 settembre 1896, Pertini avrebbe compiuto oggi 130 anni. La sua vita attraversò il fascismo, il carcere, il confino, la Resistenza, la nascita della Repubblica e gli anni della ricostruzione democratica. Una biografia nella quale la politica non fu soltanto una professione, ma una scelta personale pagata anche con anni di libertà perduta.

Dalle idee alla galera: la scelta di non arrendersi

Pertini entrò presto nel movimento socialista e si oppose al fascismo quando farlo significava esporsi concretamente alla repressione. Nel 1926, dopo l’approvazione delle leggi fascistissime, contribuì alla fuga clandestina di Filippo Turati verso la Francia, insieme a Carlo Rosselli e Ferruccio Parri. Rientrato clandestinamente in Italia nel 1929, fu arrestato e condannato a undici anni di carcere. Seguì un lungo periodo di detenzione e confino che lo portò anche a Ponza e Ventotene. La sua storia carceraria è diventata uno degli elementi più conosciuti della sua biografia, anche per il rapporto doloroso con la madre, che aveva chiesto la grazia per il figlio quando le sue condizioni di salute erano diventate gravi.

Pertini non accettò quella scelta e continuò a rifiutare qualsiasi ipotesi di sottomissione al regime in cambio della libertà. È in questa fase che si comprende uno degli aspetti fondamentali della sua personalità politica: la libertà, per Pertini, non poteva essere separata dalla dignità personale. Non era una parola astratta, ma qualcosa per cui era disposto a pagare un prezzo concreto. Quattordici anni complessivi tra carcere e confino segnarono così la sua giovinezza e la sua maturità, ma non modificarono la direzione della sua battaglia.

Dalla Resistenza alla nascita della Repubblica

La caduta di Mussolini nel 1943 gli restituì la libertà, ma non significò per lui l’inizio di una vita tranquilla. Pertini entrò immediatamente nella Resistenza, diventando uno dei dirigenti del movimento socialista clandestino. Arrestato dai tedeschi insieme a Giuseppe Saragat, fu rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli e condannato a morte. La condanna non venne eseguita e Pertini riuscì a evadere grazie a un’operazione organizzata dalle Brigate Matteotti. Raggiunse quindi il Nord, dove partecipò alla lotta contro l’occupazione nazista e alla fase finale della guerra di Liberazione.

Il 25 aprile 1945, da Milano, intervenne attraverso Radio Milano Libera per chiamare la popolazione all’insurrezione contro l’occupazione tedesca e il fascismo. Quel passaggio avrebbe assunto un valore simbolico enorme nella memoria della Repubblica. Per Pertini la Liberazione non era soltanto la fine di una dittatura: era la premessa per costruire un sistema politico fondato sulla partecipazione e sui diritti. Da quella esperienza sarebbe arrivato alle istituzioni della Repubblica, prima nell’Assemblea Costituente e poi alla Camera dei deputati, fino a diventare presidente della Camera. La sua vicenda personale, dunque, si intrecciò direttamente con la nascita dell’Italia democratica.

Il Presidente che riuscì a parlare agli italiani

Nel 1978, in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana, Sandro Pertini fu eletto Presidente della Repubblica al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995. Aveva 81 anni e alle spalle decenni di militanza politica e istituzionale. Il suo settennato sarebbe diventato uno dei più riconoscibili della storia del Quirinale. Pertini seppe infatti costruire un rapporto particolare con l’opinione pubblica, utilizzando un linguaggio spesso diretto e lontano dalla distanza tradizionalmente associata alle alte cariche dello Stato.

Sandro Pertini: mondiali di calcio del 1982

La sua immagine raggiunse il Paese intero nel 1982, durante i Mondiali di calcio in Spagna: la fotografia del Presidente che esulta allo stadio Bernabéu accanto al presidente del Consiglio e ai giocatori della Nazionale divenne una delle immagini più celebri dell’Italia del dopoguerra. Ma quella popolarità non cancellò mai la dimensione istituzionale della sua figura. Pertini continuò a richiamare il valore della Costituzione, della libertà e della memoria della Resistenza. In uno dei suoi messaggi più noti ricordò che:

«dietro ogni articolo della Costituzione stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza», legando così il testo costituzionale alla storia umana e politica di chi aveva combattuto contro il fascismo.

Perché Pertini è ancora importante

L’importanza storica di Pertini non risiede soltanto nella sua popolarità o nella sua capacità di entrare nell’immaginario degli italiani. Risiede soprattutto nella distanza tra ciò che avrebbe potuto ottenere accettando compromessi con il regime e ciò che scelse invece di affrontare: carcere, confino, clandestinità e rischio della morte. La sua biografia rappresenta una delle testimonianze più nette del passaggio dall’Italia fascista alla Repubblica democratica. Il suo antifascismo non fu una posizione assunta a posteriori, ma una scelta vissuta quando quella scelta comportava conseguenze personali gravissime. Allo stesso tempo, la sua figura presidenziale mostrò un’altra caratteristica destinata a rimanere nella memoria collettiva: la capacità di occupare un ruolo istituzionale senza rinunciare a un linguaggio umano e immediatamente comprensibile.

Sandro Pertini morì il 24 febbraio 1990, a 93 anni, lasciando un’eredità che va oltre l’appartenenza politica. La sua storia continua a interrogare l’Italia perché racconta una cosa essenziale: le istituzioni democratiche non sono nate per caso, ma sono il risultato di scelte, sacrifici e conflitti che hanno coinvolto persone in carne e ossa. E ricordare Pertini significa ricordare anche questo: che la libertà, prima di diventare una norma scritta nella Costituzione, per molti italiani fu una scelta da difendere pagando un prezzo altissimo.

Dalila Battaglia

Studentessa di Giurisprudenza con la penna affilata e uno sguardo curioso sul mondo. Unendo la passione del diritto alla scrittura giornalistica, crede che la giustizia sia la chiave per un futuro più equo, dove le leggi siano strumenti di cambiamento e protezione, e non di esclusione.

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Dalila Battaglia

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