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Pensioni, l’età sale ancora: nel 2029 si andrà a 67 anni e mezzo

Nel 2027 si salirà a 67 anni e un mese, fino ai 67 anni e mezzo previsti nel 2029. Il rapporto Rgs fotografa l’impatto dell’invecchiamento della popolazione.

L’invecchiamento della popolazione è destinato a modificare profondamente gli equilibri del sistema pensionistico italiano. Nei prossimi anni, infatti, i requisiti per l’uscita dal mercato del lavoro continueranno a crescere in funzione dell’aumento della speranza di vita, mentre la spesa pensionistica rispetto al Pil è destinata a salire ancora per almeno un quindicennio.

È il quadro delineato dalla Ragioneria generale dello Stato nel consueto rapporto annuale sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario.

Età pensionabile in aumento

Secondo le proiezioni della Rgs, nel 2027 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese, per raggiungere i 67 anni e tre mesi nel 2028. L’adeguamento proseguirà negli anni successivi: nel 2029 il requisito salirà a 67 anni e sei mesi, mentre nel 2031 arriverà a 67 anni e otto mesi.

Anche per la pensione anticipata, indipendente dall’età anagrafica, è previsto un incremento dei requisiti contributivi. Nel 2027 saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi, che diventeranno 43 anni e un mese nel 2028. Nel 2029 serviranno 43 anni e quattro mesi e nel 2031 43 anni e sei mesi. Per le donne il requisito contributivo sarà inferiore di un anno.

La spesa pensionistica raggiungerà il picco nel 2041

Sul fronte della spesa, la Ragioneria prevede che il rapporto tra spesa pensionistica e Pil raggiunga il massimo nel 2041, quando arriverà al 17,1%. Il livello dovrebbe rimanere sostanzialmente stabile anche nei tre anni successivi.

La crescita è legata soprattutto all’aumento del numero delle pensioni rispetto a quello degli occupati, effetto della transizione demografica e, in particolare, dell’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom.

A contenere solo in parte questa dinamica contribuiranno l’aumento dei requisiti minimi per il pensionamento e la progressiva applicazione del sistema contributivo, destinata a ridurre nel tempo l’importo medio degli assegni rispetto al sistema precedente.

Dopo il 2045, invece, la spesa pensionistica rispetto al Pil dovrebbe iniziare a diminuire gradualmente: dal 16,2% previsto per il 2050 si scenderà al 14% nel 2070.

La riduzione sarà favorita dalla piena applicazione del metodo contributivo e dalla stabilizzazione, seguita da una successiva inversione di tendenza, del rapporto tra pensionati e occupati. A incidere saranno anche la progressiva uscita dal sistema delle generazioni del baby boom e l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita.

Pensioni, sanità e assistenza: la spesa per l’invecchiamento

Considerando insieme pensioni, sanità e assistenza di lungo periodo, le prestazioni legate all’invecchiamento della popolazione rappresentano una delle componenti più rilevanti della spesa pubblica.

Il rapporto della Rgs evidenzia il forte incremento registrato nel 2020, quando la combinazione tra emergenza Covid e crollo del Pil fece salire il rapporto tra questa spesa e il prodotto interno lordo al 25,3%.

Negli anni successivi, grazie alla ripresa dell’attività economica, il rapporto è sceso di 3,3 punti percentuali, attestandosi al 22,1% del Pil nel 2023. La dinamica è però destinata a invertirsi: le stime indicano una crescita al 23,2% nel 2030.

Da quel momento il rapporto continuerà a salire fino a raggiungere il 25,5% nel 2044, prima di avviare una nuova fase discendente che dovrebbe portarlo al 23% nel 2070.

Il nodo della prossima manovra

Le proiezioni della Ragioneria generale dello Stato sono costruite sulla base della legge di bilancio dello scorso anno e delle più recenti previsioni macroeconomiche disponibili, quelle contenute nel Documento di finanza pubblica di aprile.

Nel frattempo, il tema delle pensioni è già tornato al centro del confronto politico in vista della prossima legge di bilancio.

Tra le proposte sul tavolo c’è quella avanzata dalla Lega attraverso il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, che punta a consentire per il prossimo triennio l’uscita anticipata a 64 anni.

L’ipotesi prevede il calcolo dell’intero assegno con il metodo contributivo e una possibile riduzione della soglia minima richiesta per accedere alla pensione. Secondo le stime circolate, il costo della misura sarebbe di circa 1,5 miliardi di euro l’anno. La definizione delle eventuali coperture spetterebbe al Ministero dell’Economia e delle Finanze.

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